Il racconto

Pubblichiamo ampi stralci del racconto di Eduard Limonov L’età dei profeti tratto dall’antologia Russian Attack, a cura di Marco Dinelli e Galina Denissova, traduzioni di M. Dinelli (Salani, pagg. 192, euro14)

Ho vissuto, ho vissuto e ho scoperto che presto compirò sessantatré anni. L’età dei profeti. C’è di che riflettere. Soprattutto sul fatto che non contavo di vivere cosi a lungo. Quando avevo diciassette anni gli uomini di trenta mi parevano vecchi. Adesso invece io non penso di me «ah, questo si che e un vecchietto!», no, non ho questa sensazione.
La cifra «sessanta» non mi ha scioccato, ho varcato la soglia del sessantunesimo anno mentre ero in carcere. Sono felice che sia andata cosi, che alla Casa Centrale dei Letterati abbiano festeggiato il mio compleanno senza di me. In quel momento ero rinchiuso nel carcere centrale di Saratov, nell’edificio destinato ai condannati per reati gravi, quello che chiamano «numero tre». I festeggiamenti in occasione di un compleanno a cifra tonda si trasformano sempre in volgari gozzoviglie. Perciò dal punto di vista estetico sono stato fortunato: mentre la gente beveva, mangiava e probabilmente cantava le mie lodi, io me ne stavo nobilmente rinchiuso nella mia cella...
Vado per i sessantatré e me li porto piuttosto bene. Di questo devo ringraziare la mia schiera di antenati che si perde nella notte dei tempi: ho scoperto di avere ottimi geni. Prima, il fatto di avere all’età di trent’anni passati (e sarebbe stato cosi anche in seguito, per molti anni) l’aspetto di un minorenne mi irritava, e attendevo con impazienza la comparsa dei primi capelli grigi. Adesso mi augurerei che sparissero, i capelli grigi, almeno parzialmente. \
Scrivo i miei libri e articoli alla svelta e senza sbavature, direttamente in bella copia. In poco più di due anni di reclusione sono stato capace di scrivere otto libri. Quando mi sono messo in politica, qualcuno mi ha detto con benevolenza: «Come scrittore sei bravo, ma come politico non ti ci vedo proprio. Faresti ridere». Essendo ben consapevole del fatto che la maggioranza della gente e formata da reazionari, da individui poco perspicaci e da conformisti, le loro opinioni mi hanno lasciato indifferente. Ho lavorato, ho creato il progetto Partito nazionalbolscevico che tutta la macchina statale di violenza della Federazione Russa non e riuscita a distruggere. Questo mi da soddisfazione. O meglio, da soddisfazione non a me con i miei capelli grigi, ma a quel ragazzino proveniente dalla periferia di Char’kov che in me e ancora vivo.
La Russia mi tratta come un figlio che non ama. Non ho ricevuto neanche un premio letterario. Senza contare il fatto che le forze dell’ordine aggrediscono continuamente i miei compagni di partito, li picchiano, li trascinano fuori dalle loro case, e che nel 2003 hanno tentato di darmi quattordici anni di prigione, il che, considerando la mia età, avrebbe significato una morte certa.
La mia biografia è talmente avventurosa che ragazzi e ragazze possono soltanto sognare di averne una simile. Nella mia vita ci sono state e ci sono tuttora belle, bestie e creature malvagie. C’è stata l’emigrazione, ci sono state le splendide città di New York e Parigi, le guerre balcaniche (la Serbia e il mio Caucaso!), le guerre in Abcasia e nella Repubblica Moldava di Pridnestrovie. Quando faccio la mia comparsa, un paio di volte all’anno, ai raduni della conventicola degli intellettuali, nella folla si avverte un senso di inquietudine, e se prendo posto in una sala le sedie intorno a me restano vuote. Le persone per strada mi salutano, ma ci sono anche quelle che mi odiano con tutto il cuore. Mi piacerebbe che la gente mi desse più ascolto. Sono un tipo per niente stupido, l’ha ammesso di recente anche la mia madre ottantaquattrenne, la mia vecchietta, un tipo severo che non fa i complimenti tanto per farli. Le telefono a Char’kov una volta alla settimana. E li che sta trascorrendo l’ultimo periodo della sua vita, da sola. Non mi lasciano entrare in Ucraina, l’entrata nel Paese mi e preclusa. Recentemente il presidente Jušcenko rispondendo a un giornalista ha dichiarato che avrebbe risolto la questione riguardante l’affare Limonov.
Ho contro l’FSB, la Direzione regionale per la lotta contro la criminalità organizzata e il centro «T», vengo contestato dai tutori dell'ordine pubblico, dai giornali, dalla televisione, e ci sono pure otto siti web schierati contro di me. C’è un certo Mark Deutch che di tanto in tanto viene pagato per annunciare che Limonov e omosessuale, mentre nella stagione successiva lo staff del presidente annuncia che sono un fascista. Tutto questo e ridicolo. Per il popolo russo neanche la permanenza in carcere rappresenta qualcosa di compromettente, ma, al contrario, e un pregio: figuriamoci allora se e possibile screditare qualcuno denunciando la sua «amoralità». Che ne sarà di me? Poiché mio padre e vissuto fino all’età di ottantasei anni, geneticamente ho diritto ancora a venticinque anni di vita. Ho ancora la possibilità di ricevere il Nobel per il corpus delle mie opere. Ma posso anche ricevere una pallottola in fronte da parte dei miei nemici. Non me ne dolgo, perché so con certezza che ci sarà sempre qualcuno disposto a vendicarmi.

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