IL RACCONTO

Mi piace che la polizia mi interroghi. Tutti noi abbiamo bisogno che qualcuno ci rassicuri sulla nostra innocenza. Sul fatto che siamo davvero buoni cittadini. Che non abbiamo nulla da nascondere.
Guido senza timore. L’obbedienza del volante mi tranquillizza. La risposta dei pedali. La sequenza delle marce. Ah, le strade.
All’improvviso due agenti mi segnalano di fermare la macchina. La manovra non è semplice, perché sono appena uscito da una curva e ho già iniziato ad accelerare. Cercando di non fare gesti bruschi e di non dare fastidio alle macchine che mi precedono, scendo sulla corsia di destra e raggiungo dolcemente il ciglio della strada.
Le due moto mi imitano, inclinandosi una volta ferme. Entrambi gli agenti hanno caschi bianchi a quadri azzurri. Entrambi hanno stivali con cui si lasciano dietro passi pesanti. Entrambi sono armati d’ordinanza. Uno è grosso e impettito, l’altro è alto e ricurvo.
«Avanti, i documenti», dice il poliziotto grosso.
«Certo, subito», rispondo.
Adempio alla ragionevole richiesta di dovermi identificare. Gli porgo i documenti, patente e libretto.
«Aha», esclama il poliziotto grosso esaminandoli.
«Sì...?» chiedo trepidante.
«Aha!» esclama di nuovo con enfasi il grosso.
«Quindi?»
«Bene, bene».
«Allora tutto in regola, agenti?».
«Come abbiamo detto, signore, tutto bene».
«Così nei miei documenti non c’è la minima irregolarità?».
«Irregolarità? A cosa si riferisce?».
«Oh, agente, è solo un modo di dire. Penso, o meglio, voi pensate che posso proseguire senza inconvenienti».
I due poliziotti sembrano guardarsi con una certa esitazione.
«Lei proseguirà il suo viaggio solo quando glielo diremo noi», risponde il grosso.
«Certo, certo», mi affretto a dire.
«Bene, allora...».
Gli agenti esitano.
«Sì?» inizio a incoraggiarli. «Altre domande? Magari un’ispezione del bagagliaio?»
«Senta», mi apostrofa quello grosso, «non ci dica cosa dobbiamo fare».
L’altro solleva la testa come una tartaruga che esce dal guscio per la prima volta, e afferra il braccio del collega cercando di calmarlo.
«E tu lasciami!» dice il grosso. «Guarda tu se adesso dobbiamo ispezionare quello che dice questo tipo».
«Certo che no, agenti», intervengo io. «So che voi sapete fare il vostro lavoro alla perfezione. Ci mancherebbe solo...».
«Cosa mancherebbe? Cosa sta insinuando?»
«Niente, signor agente, niente. Cercavo solo di collaborare».
«Beh, non collabori troppo».
«Agli ordini, signor agente».
«Così va meglio», si compiace il grosso.
«Comandi!»
«Bene, bene».
«Fate pure ciò che ritenete opportuno. Non abbiate fretta, potete stare tranquilli».
«Noi siamo tranquilli. Sappia che siamo sempre tranquilli».
«Oh, certo! Non ne ho il minimo dubbio».
Quello grosso guarda quello alto. Quello alto, con la testa sempre china, resta zitto.
«Ci sta prendendo in giro o cosa?» chiede il grosso.
«Io, signor agente?».
«No, mia nonna in carrozzina».
«Accidenti, signor agente. Ha un bel senso dell’umorismo».
«Si volti», mi ordina bruscamente quello grosso.
«Come dice, agente?».
«Le ho detto di girarsi», e poi, rivolgendosi a quello alto: «Questo tizio non mi piace per niente».
«Vi assicuro, signori, che capisco la vostra posizione», azzardo un po’ nervoso. «So che vi limitate a salvaguardare la nostra sicurezza».
«Mani sul veicolo».
«Sì, agente».
«E chiuda la bocca».
«Sì, agente».
Il poliziotto grosso, all’apparenza irato, mi sferra una ginocchiata nelle costole. Subito le sento accendersi come se avessero preso fuoco.
«Le ho detto di stare zitto, imbecille».
Mi perquisiscono. Poi i due agenti si scostano di qualche metro. Parlottano. Sento solo pezzi di frase. Lo chassis della macchina comincia a bruciarmi i palmi delle mani. I raggi del sole a picco trafiggono come lance.
«Tu cosa ne pensi?» sento che chiede il grosso. «Perquisiamo il bagagliaio oppure no?».
Non riesco a sentire la risposta di quello alto, ma deduco che abbia detto di sì perché, quasi subito, vedo con la coda dell’occhio che il grosso apre il bagagliaio e comincia a rovistare bruscamente all’interno. Butta per terra il mio zaino. Poi la cassetta degli attrezzi. Poi il segnale di soccorso. Infine un pallone da calcio che si allontana ribalzando verso la strada. Gli agenti svolgono la loro missione con accuratezza.
«Qui non c’è niente», commenta quasi deluso il grosso. «Controlliamo i sedili?».
Quindi entrano tutti e due nel veicolo e ispezionano gli schienali, sotto i tappetini, il vano portaoggetti e i posacenere. Lasciano tutto in disordine. Per la prima volta mi azzardo a opporre una lieve obiezione.
Quello grosso scende dalla macchina e mi colpisce tra le spalle con il manganello. Per un attimo mi sembra di fluttuare. Cado in ginocchio.
«E ora cosa mi dici? Eh, cosa mi dici?» mi grida quello grosso in un orecchio.
Comincio a balbettare: «Le assicuro, agente, che non ho nulla da nascondere. Davvero».
«Ah no?».
«No»
«No?»
«Le dico di no».
«Allora non ribattere!» grida quello grosso rifilandomi un calcio nelle natiche. «Conosco bene i bugiardi come te. Il mio fiuto non sbaglia. Fate finta di essere più che onesti, ma è tutta scena».
«Agente, glielo assicuro, in tutta onestà...».
«Sta’ zitto, figlio di puttana!» continua a gridarmi quello grosso. Ma questa volta non mi colpisce.
Le automobili sfrecciano accanto a noi alla velocità del vento. Nel frattempo il poliziotto alto continua a perquisire in silenzio l’interno della macchina.
«A-ha!» esclama trionfante. La sua voce mi suona stranamente acuta. «Guarda qui», aggiunge allungando al suo compagno la valigetta con i conti della ditta.
«Dove l’hai trovata?».
«Sotto il sedile del passeggero».
«Cos’è? Aprila. Non ce la fai? Dammela. Deve avere una combinazione». Poi, cercando di forzare l’apertura, esclama: «Te lo dicevo, è tutta scena!».
Gli darei anche la combinazione della valigetta, ma a questo punto ho paura ad aprir bocca.
«Arrestiamolo», propone l’alto, «e apriamo la valigetta in centrale».
Quello grosso comincia a mettermi lentamente le manette.
«Ma, agenti, state commettendo un errore», provo a dire un’ultima volta. «Sono del tutto inoffensivo».
«Questo lo vedremo, disgraziato», dice quello alto.
Mi obbligano a sedermi sul sedile posteriore della mia auto e chiudono le portiere. Loro rimangono fuori dal veicolo e chiamano qualcuno via radio. Mi fanno male le spalle. Anche la testa. Le costole mi bruciano. Sento una voce nasale che risponde dall’altro capo della radio. Le automobili continuano a sfrecciarci accanto alla velocità del vento. Non so se avrei dovuto dire altro.
Sento il mio pallone da calcio che scoppia.
(traduzione di Beatrice Gatti)
© Andrés Neuman, 2011