«Racconto la fuga dal successo in tv Ma senza giudizi»

nostro inviato a Pordenone

P rima c'è lei. Silvia Avallone, scrittrice pop à penser, under 30 per poco, già poetessa low profile e poi narratrice patinata, premio Campiello Opera Prima e finalista allo Strega con Acciaio, romanzo-rivelazione 2010, e ora in uscita con l'opera seconda, Marina Bellezza (Rizzoli), in prima presentazione pubblica, domani, a Pordenonelegge. Poi ci sono i due personaggi-archetipi di Marina Bellezza: l'eroina eponima, Marina di nome, Bellezza di cogn-omen, bella di una sua bellezza immensa, vent'anni, velina, vezzosa, che parte dalla Valle Cervo, biellese, a ovest del profondo Nord, per arrivare in cima alla fama: le luci della tv, Sanremo, la community di fan più grande che c'è. E Andrea Caucino, 27 anni, figlio di sindaco, ricco ma che vive lontano dal successo, e che in Valle Cervo vuole rimanere, invisibile, ad allevare mucche. I due, che imboccano due strade opposte per uscire da questa crisi, naturalmente si amano alla disperazione e si odiano alla follia.
È dovere dello scrittore narrare i drammi del proprio tempo, come la crisi? È questo l'impegno?
«La letteratura in realtà non ha doveri, semmai desideri e sensibilità: io racconto quello che vedo e sento, e tra queste cose c'è anche la crisi. Non offro giudizi o risposte. Semmai propongo una “reazione costruttiva”. Mentre tg e giornali, nei loro quotidiani bollettini di guerra, ripetono che non ce la possiamo fare, io racconto una storia che usa verbi diversi rispetto a quelli della impossibilità. C'è anche chi ce la fa».
Andrea ci prova in solitudine, lavorando in montagna, in camicia di flanella, tornando alle radici. Marina ballando in micro short, davanti alle telecamere, cercando la visibilità massima. Il primo è l'eroe, quello che riscopre i valori, la seconda è l'anti-eroina, quella che si svende. Una visione tranchant.
«No, una visione “estrema” di due personaggi che incarnano modi opposti di reagire alla crisi: una strada alternativa, quella di un ragazzo che apre un'azienda agricola; e una apparentemente più “banale”, quella di una ragazza che vede la tv come un mezzo per ottenere successo, qualcosa di molto pragmatico, utile. Non ci sono giudizi. Né sulla corsa al successo né sulla società dello spettacolo».
Curioso che in questa società dello spettacolo il tuo romanzo, sul primo quotidiano italiano, solo perché parla di tv, sia recensito da un critico televisivo invece che da un critico letterario.
Silenzio. Ride. «I libri possono attraversare molte strade... E la letteratura deve sempre essere in dialogo con le altre componenti della cultura... E comunque era una bella recensione, stimo molto Aldo Grasso».
A un certo punto il protagonista dice a sua mamma, che celebra le bellezze di Tucson, dove vive l'altro figlio, che «Tucson è come Biella, solo che è in America». Da Piombino al Michigan, e da Biella al Wyoming, credi che le tue siano storie che tengono, «universali»?
«Credo di sì, per due motivi. Da una parte ho provato a portare in Italia il punto di vista metaforico della provincia americana, quello che senti leggendo McCarthy, Ford o il Russell Banks de La deriva dei continenti... Volevo trasferire qui quella vastità: chi l'ha detto che la “provincia” debba per forza essere “piccola”? Dall'altra parte, le due province sono davvero, globalmente, molto vicine. Sono stata a Tucson: stessi capannoni abbandonati e negozi chiusi del Biellese. La crisi avvicina. E poi, pensiamo sempre l'America come il paradiso migliore dove fuggire. Invece ha i nostri stessi problemi. La Valle Cervo per me è un luogo di nuove possibilità».
La carriera di Marina Bellezza parte da Telebiella. Tu sei la Marina Bellezza della narrativa italiana?
Ride. «No, assolutamente. Per me il modello letterario più alto è Elsa Morante. Uno scrittore sta nelle retrovie e ascolta il mondo per poterlo raccontare».
Curioso che in questa società dello spettacolo la tua carriera, almeno mediaticamente, sia cominciata sotto i riflettori del Campiello, quando Bruno Vespa apprezzò, coram telecameram, il tuo décolleté.
Silenzio. Non ride. «È lì che mi sono resa conto di certe dinamiche mediatiche. E ho capito che non appartengono al mio mestiere, che è quello di scrivere».
Silvia Avallone dove vuoi arrivare? Strega? Leone d'oro per la sceneggiatura a Venezia? Una puntata speciale da Fazio?
Ride. «Voglio arrivare a 70 anni e poter dire “Ok, ho scritto romanzi di cui sono orgogliosa”».
Però da Fazio ci va?
«Non lo so, vedremo».
Marina Bellezza ci sarebbe andata.
«Marina è affamata e affascinata dal successo. Vuole arrivare, e la fama è un dáimon che chiede molto in cambio. Io racconto come si arriva al successo, ma anche la libertà di tornare indietro. Non è così importante dove uno vuole arrivare, ma da dove proviene: le proprie radici e la propria storia».