Richard Prince, l'arte di rubare immagini

«La poesia non è di chi la scrive ma di chi gli serve» faceva dire Massimo Troisi a Pablo Neruda nel film Il postino . Nell'arte, ormai da tempo, vale la stessa regola: le immagini sono a disposizione di tutti e ce ne sono talmente tante che proprio non vale la pena di produrne di nuove. Tutto ciò era già ben chiaro, come al solito, ad Andy Warhol: nel 1964 tappezzò la facciata di un palazzo progettato da Philip Johnson con le facce dei 13 ricercati più famosi d'America, utilizzando le foto segnaletiche della polizia e dimostrando che anche un latitante, se reso immagine pubblica, poteva diventare una star, e anche le sue icone, da Elvis a Marilyn, non sono che rielaborazioni cromatiche di scatti preesistenti.

Se la Pop Art ha coinciso con l'arte nell'epoca del primo boom economico, quella degli anni '80 ha visto la trasformazione dell'economia in finanza attraverso il massiccio uso della pubblicità. Frames che noi ben conoscevamo e che sono entrati a far parte del nostro immaginario collettivo invadendo come un virus l'opera d'arte. A inizio '900 Marcel Duchamp poneva dentro il museo un ready made identico a un oggetto di consumo, come una vecchia ruota di bicicletta o un orinatoio, negli anni '80 è andata di moda una corrente autonominatasi «appropriazionismo»: Jeff Koons utilizzava gli stessi annunci di famose marche di alcolici per dimostrare che l'arte fosse un life style snob e ricercato. Sherrie Levine riproduceva le vecchie foto di Walker Evans scattate ai tempi della Grande Depressione facendole sue, uguali all'originale, solo sovrapponendo l'etichetta con il proprio nome e un diverso titolo. Per inciso, erano i tempi in cui Gus Van Sant rifaceva tale e quale, solo a colori, il film Psycho di Hitchcock, legittimato dalla critica.

Il più famoso di questa tendenza è Richard Prince, divenuto intanto un big dell'arte mondiale: barzellette, vignette, ritagli di giornale, Prince ha sempre prelevato di tutto dal mondo dei media; la sua operazione più clamorosa ha riguardato il «furto» della pubblicità di Marlboro Man, il celebre advertising in stile country con un uomo a cavallo in camicia rossa. Fin da allora non mancarono polemiche, ma Prince si è sempre difeso parlando della pubblicità come di un'immagine pubblica, dunque fruibile e condivisibile.

L'artista americano, che ha sempre venduto a prezzi molto alti invenzioni di altri, è nuovamente al centro della cronaca per l'ennesima spericolata operazione. All'ultima edizione della fiera newyorkese Frieze è stata proposta una serie di 38 ritratti presi da Instagram e ingranditi, all'insaputa dei soggetti immortalati: prezzo al pubblico 90mila dollari. La maggior parte di questi scatti rubati sono di donne, alcune in pose sessuali, e misurano 120x165 centimetri, composti dalla foto postata sul social e accompagnati da un commento di Prince stesso. L'operazione, passata senza troppo rumore alla Gagosian Gallery, ha subito uno stop quando una ragazza, riconosciutasi, ha denunciato l'autore per appropriazione indebita rivelando di non essere dato alcuna autorizzato.

Prince, che già aveva vinto una causa simile nel 2008, sostiene che se un'immagine viene ritoccata o modificata si ha contestualmente un'altra opera originale. Seguendo il criterio in voga nell'arte contemporanea ha ragione lui. Resta da capire quanto i social possano fornire spunti di ispirazione, poiché attraverso una diffusione senza controllo chiunque potrebbe utilizzare roba di altri. Ma siamo davvero sicuri che scatti condivisi in rete possano essere ancora protetti da un qualche copyright?