Dal rigattiere di parole: "Apostema"

È un termine antiquato – ricalcato pressoché identico dal latino e dal greco – che significa “ascesso”, e quindi “raccolta purulenta”, “tumore preternaturale, raccolta di pus”, “collezione di marcia in una cavità fatta in seguito di lavoro morboso con tumore o senza” (Tommaseo, alla voce ascesso). Da tempo non è più in uso nel lessico medico-scientifico, mentre in certi linguaggi popolari indica ancora l’otite. Per aferesi, la parola ha dato origine anche a “postema”, di identico significato: sui dizionari vi è ampia discordanza se si tratti di termini maschili, femminili o utilizzabili in entrambi i generi.

E’ inevitabile che una parola destinata a illustrare situazioni incresciose e schifosette – a dispetto peraltro del suo rispettabile aplomb stilistico – sia sconfinata nel linguaggio figurato. Così un’apostema è una magagna, un cibo rimasto sullo stomaco, ma anche un vizio, un male morale, un grave dispiacere, un’afflizione, un pensiero molesto e angoscioso. E poi, per similitudine con il concetto di ricettacolo, di raccolta (di pus), questa voce si è spinta anche a indicare una “Borsa o gruppo di denari che s’abbia in seno o nella camicia o altrove” (Tommaseo).

Visto che abbiamo citato il “tumore preternaturale”, riferiamo la spiegazione delle due voci data dal Rigutini-Fanfani: tumore è l’”alterazione di una parte del corpo, molle o dura, che cresce e fa protuberanza”; preternaturale è, semplicemente, “ciò che è fuori dal naturale”.