Romanino, il genio della "Sistina dei poveri"

Gli affreschi di Pisogne illustrati da Giovanni Reale ed Elisabetta Sgarbi

Il grande Romanino a Pisogne non è per me Romanino a Pisogne ma è Bruno Cavallini, mio zio, a Iseo. Doveva essere tra il '65 e il '68, lui professore di italiano e latino al Liceo Ariosto di Ferrara, io studente nello stesso Liceo. L'estate, poi, ci si ritrovava a Ro, reduce, lui, dagli esami di maturità, membro di commissione o Presidente. Così in uno di quegli anni, se non forse addirittura prima (ma io il Ginnasio lo avevo fatto in collegio, a Este, non a Ferrara), lo zio tornò con l'entusiasmo negli occhi di quegli affreschi di un pittore, allora poco ricordato, nella chiesa dal poetico nome di Santa Maria della Neve a Pisogne, sul lago, poco lontano da Iseo. Sono passati più di quarant'anni, fatico a ricordare se io quegli affreschi li ho visti attraverso i suoi occhi, o, come forse fu, in una visita con i miei genitori sul lago d'Iseo per andare a trovare lo zio entusiasta di quei luoghi scoperti per la fortunata circostanza di esservi stato chiamato per gli esami di maturità.

È probabile che, all'epoca, i docenti potessero chiedere una sede (e non so allora perché mio zio avrebbe chiesto Iseo), ma è possibile che la destinazione fosse anche fissata per decisione del ministero, subordinata a una accettazione per il ruolo di Presidente o per le indennità di missione integrative degli stipendi anche allora magri. Fatto sta che Iseo, nella descrizione dello zio, sembrò essere a tutti noi un paradiso e, a indicarne un pregio ulteriore, vi era proprio questa testimonianza d'arte, alta nel giudizio degli allievi di Longhi come mio zio (coetaneo di Pasolini) fu; sconosciuta, invece, ai più. Ma da quei giorni Romanino divenne per mio zio e per tutti noi (a testimoniarlo esiste ancora nella mia biblioteca un opuscolo che egli ci portò o che acquistammo in situ) uno degli artisti più grandi d'Italia, quale nei fatti è, e come proprio a Pisogne dimostra.

Indimenticabile, nella parete di controfacciata, la compressa Crocifissione. Ma anche, memorabili, sulle volte, profeti e sibille tra realismo e grottesco, fino ad apparire talvolta caricature con il segno veloce di una pittura che rincorre il pensiero. A Pisogne Romanino può ignorare i modelli ed evitare i confronti, dimenticare Tiziano e Michelangelo e ricordare insieme, dei due, la forza del disegno e la vitalità del colore. Cosicché nella piccola chiesa di Pisogne non si rimpiange né Roma né Venezia, e si avverte anzi, come avvertì mio zio, di essere al centro della storia, per l'intelligenza, la vivacità, la fantasia di un pittore che è più libero di chiunque e non sente e non conosce soggezioni, e così come affermò, consapevole e non sorpreso, il coetaneo di mio zio cui Romanino deve la sua gloria moderna: Giovanni Testori. Con le parole di quest'ultimo, e con le emozioni di Bruno Cavallini, io ho molto precocemente inteso la grandezza di Romanino. Partendo dalla Madonna del la Neve di Pisogne.