Rosmini, un liberale servo di Dio

Per molti può essere una scoperta, ma uno dei più rigorosi liberali italiani del XIX secolo fu un sacerdote. Antonio Rosmini-Serbati (1797-1855), filosofo, fondatore di ordini, scrittore politico, è un intellettuale di prima grandezza del nostro Ottocento. Di Rosmini oggi si legge soprattutto “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, libro che più di ogni altro gli valse l’ostilità del Sant’Uffizio e dei gesuiti. L’atteggiamento della Chiesa nei confronti di Rosmini è cambiato col tempo. Nel 1965 Paolo VI concesse il nullaosta alla pubblicazione delle Cinque Piaghe. Nel 2001 la Congregazione per la dottrina della fede ha dichiarato “superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali” che determinarono il decreto di condanna. Giovanni Paolo II promosse la causa di beatificazione del sacerdote di Rovereto. Nell’enciclica “Fides et ratio” egli è annoverato fra i maestri del pensiero cristiano, che più possono aiutare a conciliare fede e ragione. Nel 2007 è stato fatto beato.
Le vicissitudini di Rosmini, in seno alla Chiesa, furono un’eco di quanto accadde nel 1848, con la repubblica romana e la fuga del Papa a Gaeta. In poco tempo, Rosmini passò dall’essere molto caro a Pio IX (presto avrebbe dovuto farlo cardinale) ai margini. Gli ultimi anni della sua vita, furono contrassegnati da quest’amarezza.
La riflessione politica non fu certo episodica in Rosmini, ma ne accompagnò tutta l'elaborazione, sin da giovanissimo. La libertà è per Rosmini un concetto giuridico, esplorato nella monumentale “Filosofia del diritto” (1841-1845). Per Rosmini il diritto ha il suo fondamento nella persona, perché “la persona dell’uomo è il diritto umano sussistente, quindi anche l’essenza del diritto”. La garanzia fondamentale della dignità della persona è data dalla proprietà, “una sfera attorno alla persona, della quale la persona è il centro”. La proprietà (di proprietà legittime, non ottenute attraverso il furto o la frode si parla, beninteso) è un principio regolativo della convivenza civile. Ciascuno, insomma, sul suo è sovrano - e la sua libertà è massima, finché non confligge con le proprietà altrui.
Lo Stato per Rosmini è una realtà artificiale, che deve preservare la libertà dei singoli e dei corpi intermedi e il cui potere dev’essere fortemente limitato. L’ultima opera politica di Rosmini è “La Costituzione secondo la giustizia sociale” (1848). Con la stesura di un testo costituzionale Rosmini fornisce la propria visione di una comunità politica nella quale l’afflato della libertà non finisca per diventare uno strumento di quanti desiderano “progettare la società”, come in Francia nell'89. Rosmini fu, sin dalla sua “Filosofia politica”, un critico acceso del “perfettismo”. Con “perfettismo” intendeva “quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane, e che sacrifica i beni presenti all'immaginata futura perfezione, è un difetto dell'ignoranza. Egli consiste in baldanzoso pregiudizio, per il quale si giudica dell'umana natura troppo favorevolmente, e si giudica sopra una pura ipotesi, sopra un postulato che non si può concedere, e con mancanza assoluta di riflessione sopra i limiti delle cose”. L’ordine sociale è, per citare un celeberrimo passo di Adam Ferguson, frutto “dell’azione umana ma non di un disegno dell'uomo”. Nessuno possiede tutte le conoscenze necessarie per “progettare la società”, per sostituire all’ordito di una lunga storia di relazioni sociali, il “piano” che condurrà l’umanità alla perfezione.
I perfettisti finiscono sempre per considerare gli individui materia inerte da modellare. “Calcolandosi gli uomini unicamente per quello che sono utili allo stato, e nulla in se stessi”, ebbe a scrivere, “essi vengono abbassati alla condizione di cose e privati del carattere di persone: (...) Per noi l'uomo non è solo cittadino: prima di essere cittadino, egli è uomo”.
La Costituzione studiata da Rosmini prevedeva un sistema fiscale molto simile a quella che oggi si chiama “flat tax”, ovvero un’aliquota proporzionale, ma anche una “Suprema Corte di Giustizia politica”, eletta a suffragio universale, col compito di rappresentare e difendere i cittadini innanzi ai possibili abusi dei poteri pubblici. La memoria della Rivoluzione gli suggeriva non solo scetticismo per i grandiosi progetti d’ingegneria sociale, ma anche grande preoccupazione per qualsiasi concentrazione di potere.