Lo scaffale in alto nelle librerie

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come <em>Stella meravigliosa</em> di Yukio Mishima (Neri Pozza, 2000)<br />

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come Stella meravigliosa di Yukio Mishima (Neri Pozza, 2000).

Un alieno di nome Yukio. Molti buoni conoscitori di Mishima, saranno rimasti sorpresi dal suo Abito da sera, romanzo satirico pubblicato l’anno scorso per la prima volta in Italia (Mondadori 2008, pagg. XLVII-214, euro 9,80, a cura di Virginia Sica). Pochi sospettavano che sotto il microscopio di quell’autentico scienziato dei sentimenti che fu l’autore di Confessioni di una maschera e Il padiglione d’oro, fosse finita anche l’alta società salottiera di un Giappone preoccupato soltanto di apparire, al mondo e a se stesso, ben allineato ai canoni occidentali. Quasi tutti i buoni conoscitori di Mishima, invece, hanno ben presente un altro lato singolare dello scrittore (all’anagrafe Hiraoka Kimitake, nato a Tokyo il 14 gennaio 1925 e morto nella capitale il 25 novembre 1970, suicidandosi clamorosamente come un moderno samurai): l’ufologia. Il romanzo Stella meravigliosa (Utsukushii Hoshi, 1962, edito da Neri Pozza nel 2000 nella versione di Lydia Origlia) ne è la fulgida testimonianza. 

Altri mondi in questo mondo. Gli Ōsugi, padre, madre e due figli, compongono una normale famiglia medioborghese. Diciamo quasi normale, perché sono tutti e quattro extraterrestri. Il padre Jūichirō è marziano, la madre Iyoko gioviana, il figlio Kazuo mercuriano, la figlia Akiko venusiana. Però sono anche bravi terrestri, cioè brave persone. Jūichirō, in particolare, vivendo gli anni della guerra fredda e dell’incubo nucleare, non soltanto scrive lettere a Chruščëv e a Kennedy per sensibilizzarli al problema della probabile autodistruzione del suo nuovo pianeta (come sono ingenui, questi alieni…), ma fonda anche un’Associazione degli amici dell’universo. “Chi s’interessa agli Θ ci scriva. Collaboriamo per la pace nel mondo”. Quando il giovane Takemiya legge questo annuncio su un giornale, sospetta già da qualche giorno di essere un venusiano. E siccome capisce al volo, come soltanto ai non terrestri è possibile, che quel simbolo Θ indica gli alieni, la fitta corrispondenza che intraprende con la bellissima Akiko appare come la chiusura di un cerchio: il venusiano si mette con la venusiana. Come dice Jūichirō a Kazuo: “Gli esseri umani sono destinati ad essere sempre ingannati dalle necessità determinate dal cielo. Infatti, le orme degli affascinanti piedi nudi della necessità voluta dal cielo, pur tracciate nettamente, appaiono insulse quisquilie accidentali”. Non può però essere un’insulsa quisquilia accidentale il bebè che Akiko porta in grembo: sarà più umano o più venusiano? Ma ecco che, in attesa del lieto evento, si apre un secondo “filone” alieno: dopo i buoni, i cattivi. Il professor Haguro, grigio cattedratico quarantenne, e due suoi compari sono anch’essi “ospiti” provenienti da molto lontano, ma, contrariamente a Jūichirō, loro gli umani vorrebbero farli fuori.

Fra Platone e Dostoevskij. L’ultima parte del romanzo è dominata dal confronto Jūichirō-Haguro. Un duello che assume quasi toni da dialogo platonico o, meglio, che ricorda lo scontro dialettico e morale fra Gesù e il Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Pagine altissime, in cui Mishima pare voler condensare la propria pietà per gli umani. Una genia che non sarà quanto di meglio offre il sistema solare, ma è fatta di gente che soffre, e dunque merita, se non sempre rispetto, almeno compassione.