Scimmie, etologia e tanta solitudine Ecco l'ossessione per Raffaele Riba

«Iniziare con una catastrofe!», suggeriscono i manuali di scrittura creativa che Raffaele Riba, docente alla Scuola Holden di Torino, mostra di padroneggiare alla perfezione. La catastrofe, in questo, caso, è il tentato suicidio di Matteo Danza, dottorando in etologia (è la disciplina di Konrad Lorenz, che studia le analogie fra il comportamento umano e quello animale). Dopo aver abbandonato l'università, Matteo rimedia un posto alla Disneyland parigina; lì, mascherato da Pluto, d'un tratto si toglie la gigantesca testa da pupazzo, vuota una bottiglia di benzina nel costume e accende un fiammifero.

Il resto del romanzo ( Un giorno per disfare , edizioni 66thand2nd, pagg. 141, euro 15) cerca di dare una risposta a quel gesto, radicato negli studi di Matteo. Di origini italiane, Matteo è l'allievo prediletto di un luminare che da anni studia gli scimpanzè, tanto da portarne a casa un esemplare appena nato per farlo crescere assieme ai suoi bambini. Lo scopo della ricerca? Individuare l'istante fatale in cui il cucciolo dell'uomo e quello del bruto smetteranno di assomigliarsi, prendendo strade diverse.

È la stessa ossessione di Matteo, ma articolata in un altro modo. Difficile entrare nel dettaglio di un'ipotesi a tratti parascientifica, comunque suggestiva: è significativo, però, che Riba parli di «solitudine», un termine che è quasi un segnale di consanguineità con Paolo Giordano, che come noto ha messo la solitudine nel titolo del suo best seller. Qui, in Un giorno per disfare , la solitudine non è tanto lo struggente isolamento esistenziale del ricercatore, stereotipo destinato ai subalterni presente anche nel romanzo di Riba e che, francamente, comincia a stancare, bensì l'insularità di una specie, quella umana, che ha commesso l'errore di separarsi dalla natura. In un passo bellissimo, si allude «ai pesci del mercato che rallentano i loro movimenti nei cassoni di polistirolo, fino a fissare il ghiaccio». In un altro, un uomo si abbandona alla fede solo quando la figlia gli assicura che Dio può anche distruggere.

Quello di Riba è dunque un romanzo filosofico; e tuttavia ciò che lo rende un'opera non solo intellettualmente stimolante, ma riuscita è che l'autore, come in quel film straordinario, pure ispirato all'etologia, che è Mon oncle d'Amérique, «dimostra» la sua tesi costruendo attorno al protagonista un castello di destini incrociati che ne intercettano la vicenda con una bravura che rende la lettura di queste pagine intensa, e spesso commovente.