Se Batman e Rumsfeld insegnano a fare politica

La guerra al terrorismo o l'arte della diplomazia: la fiction americana sempre di più sa raccontare sfumature e ambiguità dei rapporti di potere 

Il «criminale» Putin che media per evitare il conflitto e il Nobel per la pace Obama che minaccia la guerra in Siria. Un apparente paradosso che svela come ogni leadership sia condizionata da molteplici interessi e non possa essere ridotta a genio personale. In questo magma di politica internazionale, in cui regna l'incertezza, l'America prova a rappresentare se stessa e le sue sfide attraverso un immaginario collettivo, cinematografico e televisivo, che trova la via della complessità estetica. Se un tempo gli indiani e poi i russi venivano semplificati come inferiori e privi di ragionevolezza, oggi, nelle migliori narrazioni mainstream, pur ideologiche, si tende a restituire quella complessità di valori e sfumature che caratterizza le cose belle.
Ad esempio, nella pluripremiata serie tv Homeland è un ex marine, straordinario monumento di ambiguità, a portare la guerra in casa. Fino a che punto le procedure di indagine e interrogatorio possono spingersi per impedire un nuovo 11 settembre? E, d'altra parte, come si può non empatizzare con un prigioniero in mano al nemico che vede radere al suolo un asilo dai suoi commilitoni? E se di lui si innamora un'instabile agente della Cia (la bellissima Claire Danes) dove poniamo il confine tra amore e fedeltà, tra verità e menzogna, tra torto e ragione?

Non è solo la politica estera a essere oggetto di una sofisticata drammatizzazione televisiva: House of Cards mostra la complessità di mediare anime e interessi, spesso in conflitto, delle istanze economiche e politiche rappresentate al Congresso. È necessaria una collaudata macchina di consuetudini e rapporti perché le oscillazioni elettorali non si traducano in caos. Kevin Spacey, protagonista della serie, in nome di una cieca ambizione personale, sarà il garante della stabilità e della governabilità dell'esecutivo. A livello ancora più «locale», il sindaco di Chicago, magistralmente interpretato da Kelsey Grammer nella poco conosciuta serie Boss si destreggia fra intrighi, interessi delle varie circoscrizioni e il benessere della città che spesso passa per le scelte meno limpide e gli affari più loschi, a discapito della democrazia cittadina.

Su un piano più macroscopico e decisamente più pop, nella trilogia de Il cavaliere oscuro, Christofer Nolan usa Batman per riflettere sulla forza della democrazia. Se è probabile che in futuro l'umanità trovi sistemi economici più consoni alle sue necessità rispetto al moderno capitalismo e che anche la democrazia rappresentativa sarà superata da forme di governo più efficienti, quello che emerge dalla saga di Batman è che, a oggi, si tratta del vestito migliore con cui sfila la civiltà, contro l'armatura arrugginita della dittatura indossata dai barbari alle porte. Eppure, in una scena del secondo episodio, per una criminosa trappola del perfido Joker, ci troviamo di fronte a uno spettacolare dilemma del prigioniero: due traghetti in fuga dalla città. Uno pieno di carcerati, l'altro di cittadini comuni. Il Joker ha minato entrambe le navi, e ha invertito e consegnato i rispettivi detonatori. Sotto l'inverificabile minaccia che, se a mezzanotte nessuno avrà premuto il pulsante, entrambe le navi esploderanno, la promessa che la prima che farà saltare l'altra sarà salva. Alla fine, non sarà il sondaggio democratico a determinare la situazione di «win win». In base ai voti ci sarebbe il kaboom. Saranno scelte di leadership «dittatoriale» a far naufragare il piano del terrorista e a non frantumare la già assottigliata morale di Gotham City.

Da 24 a The Hurt Locker, passando per l'indimenticabile Syriana, prodotto e interpretato da George Clooney, spopolano le narrazioni video contemporanee che danno spazio alle ragioni della politica interna e esterna negli USA. Anche in forma documentaristica. In concorso all'ultimo festival del cinema di Venezia è stata indimenticabile la performance «attoriale» di Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa e uomo simbolo della guerra in Iraq, protagonista del sublime documentario di Errol Morris. Lo spunto narrativo sono i «fiocchi di neve», i memorandum con cui per decenni Rumsfeld ha analizzato, indirizzato e spronato collaboratori e sottoposti verso provvedimenti strategici perché la democrazia americana continuasse a prosperare. Morris, fortemente critico nei confronti di Rumsfeld, pur evidenziandone col montaggio alcune contraddizioni, lascia emergere il ritratto di un divo, consapevole, ironico, senza cedere alla tentazione ideologica alla Michael Moore. Morris mette in scena le contraddizioni umane di Rumsfeld, che sono, drammaticamente, le contraddizioni di valori e interessi economici, che danno vita alla politica estera, una battaglia di mercati e di influenze in cui le scelte individuali, con buona pace degli obamiani delusi, contano meno che fiocchi di neve al sole. Il titolo, The Unknown Known, allude alle cose che non si sa di sapere sotto il peso dell'ipocrisia e della retorica. Un esempio: «Non mi sentirete mai parlare di pace giusta duratura in Medio Oriente. Poche cose sono giuste e le uniche cose durature sono la violenza e la morte». La metafora visiva per il «noto ignoto» è l'acqua di un oceano. «Tutta l'acqua che si vede, di per sé, infinita, non ne è che la superficie», dice Morris. Ma nella sintesi di 33 ore di intervista non c'è traccia di senso di colpa. Rumsfeld dice al regista che, con tutta probabilità, «ha preso il coniglio sbagliato». E in conferenza stampa Morris paragona Rumsfeld allo Stregatto di Alice nel Paese delle meraviglie che, alla fine, scompare insieme al sorriso beffardo con cui ricorda che «la libertà è disordine».Il magmatico disordine del nostro tempo trova ordine solo nella sottile armonia delle sue narrazioni.
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