Se il berlusconismo è male e l'antiberlusconismo è peggio

I fautori inflessibili e fanatici di Silvio hanno le loro colpe. Ma altrettante, ugualmente pesanti e letali per lo stato di salute politica e civile del Paese, le hanno i detrattori intransigenti e ossessivi di Berlusconi. I «pro Cav» sono ciechi nella difesa o nella negazione dei limiti, gli illeciti e le immoralità (presunte o reali) del loro Salvatore. E gli «anti Cav» sono folli negli attacchi e nella demonizzazione dei vizi, le leggerezze e i crimini (reali o presunti) del loro Nemico.
Berluscones e «democratici» negli ultimi vent'anni hanno messo in scena - visto che nelle loro performance peggiori hanno rasentato il ridicolo - uno dei più accaniti e deleteri scontri dell'Italia repubblicana. Sulla quale, ora che Silvio Berlusconi è fuori dai giochi (ma davvero è così?), riflette per la prima volta in maniera equilibrata, non faziosa e «scientifica», un instant ebook lanciato da Rubbettino, in collaborazione con la Rivista di Politica diretta da Alessandro Campi: il saggio di Giovanni Belardelli Berlusconiani e antiberlusconiani. La guerra civile «fredda» della Seconda Repubblica (scaricabile da oggi, a euro 0,99). Un piccolo libro (venti pagine) che dovrebbero leggere tutti: i pro, i contro e pure gli astenuti.
Docente di Storia delle dottrine politiche a Perugia, studioso delle ideologie politiche del XX secolo, autore di Laterza e del Mulino, politologo “terzista” senza cedimenti né a destra né a sinistra, Belardelli traccia un quadro lucidissimo della contrapposizione tra le uniche due culture politiche della Seconda Repubblica, berlusconismo e antiberlusconismo, un vortice che ha inghiottito ogni altra idea, proposta, progetto e ideologia, obbligando tutto e tutti a definirsi esclusivamente rispetto a Berlusconi, marginalizzando le correnti riformiste e liberali presenti nei diversi schieramenti. E lo fa, Belardelli - finalmente, dopo troppi saggi e pamphlet faziosi e incattiviti - considerando il berlusconismo e l'antiberlusconismo per i loro contenuti e loro idee politiche.
Per quanto riguarda il primo «polo» della contrapposizione, il berlusconismo, il discorso è interessante e originale, ma meno dirompente. Il berlusconismo - visto da Belardelli - per una volta non è solo fard, tacchi, trapianti di capelli, leggi ad personam, conflitto di interessi, Billionaire, barzellette e strapotere televisivo... Non se ne può davvero più di chi ancora vuol sostenere che il Cavaliere prima ha intontito gli italiani con Drive In, e poi ha vinto le elezioni con Emilio Fede (una spiegazione del genere, nota Belardelli, «risente di un semplicismo eccessivo e di un pregiudizio negativo nei confronti dell'elettore di centrodestra, che voterebbe in base a fattori meramente emozionali e non anche sulla base di motivazioni razionali»). La «rivoluzione liberale» di Berlusconi (tentata e incompiuta) si è basata su qualcosa di più concreto: riscoperta dei diritti dell'individuo di fronte allo Stato, valorizzazione del merito individuale, richiamo alla funzione della famiglia, esaltazione del mercato, semplificazione della burocrazia, riduzione delle imposte e soprattutto, all'inizio dell'avventura del Cavaliere, l'idea-cardine dell'«uomo nuovo», anti-politico nel senso che arriva da fuori la vecchia politica, testimonial inedito della «cultura del fare».
Ma è sul secondo «polo» dialettico, l'antiberlusconismo, che il discorso di Belardelli diventa più affascinante e scorretto. Innanzitutto, la definizione totalmente negativa sia dell'esperienza politica di Berlusconi sia della cultura che caratterizzano il suo elettorato, si basa su alcune false convinzioni dure a morire: che quello berlusconiano sia (o sia stato) un governo non democratico (a seconda dell'intellettuale di turno «un regime fascista», «un regime autoritario di nuovo tipo», addirittura un «fenomeno criminale»...); che «il popolo di Berlusconi incarni i difetti morali e antropologici più profondi dell'italiano; che l'Italia dei berluscones sia «per definizione disonesta o quanto meno ipnotizzata dalla tv»; e comunque che quell'Italia sia moralmente e politicamente malata, mentre l'altra, l'antiberlusconiana, sanissima.
La realtà - ecco la conclusione sferzante di Belardelli - è che gli avversari di Berlusconi (e soprattutto gli opinion maker di giornali, tv e società civile dell'asse Repubblica-Rai3-Micromega-La7-Girotondi e Popolo Viola) non hanno mai capito le vere ragioni del successo del Cavaliere e il motivo per cui milioni di italiani lo hanno votato. E non l'hanno capito perché non hanno voluto capirlo. Hanno chiuso occhi e cervello per ignoranza e follia, e per un ridicolo complesso di superiorità morale e culturale, elevando l'opposizione al berlusconismo (crimine guardato con ribrezzo) fino a uno «scontro di civiltà». Non solo. Rendendo egemone l'antiberlusconismo radicale nell cultura politica della sinistra, tagliando le gambe a ogni opinione conciliante o possibilista («Tutto il berlusconismo è Male, senza se e senza ma») l'ideologia demonizzante dei «No Cav» duri&puri si è rivelata la malattia senile della sinistra, senza alcun più riferimento concreto alla realtà delle cose. Fuori dal tempo e dalla logica. Fino a essere l'unico collante ideologico dell'opposizione politica, e l'unica vendetta cui attaccarsi anche dopo la caduta del Cavaliere. Che, come nella vignetta dell'ebete felice che sega il ramo su cui è seduto, finisce col trascinare nel baratro anche se stesso.