Se la rivoluzione è una danza macabra sull'orlo del Nulla

Apocalisse e ribellione, normalizzazione e conformismo: «Melancolia della resistenza» è l'allegoria di ogni società

«L'entrata di Cristo a Bruxelles» (1889), di James Ensor

L'incipit spiazzante dell'Uomo senza qualità è una digressione meteorologica. Il primo capitolo «Dal quale, eccezionalmente, non si ricava nulla», si aggroviglia su se stesso, si arrampica sullo specchio deformante di un'inconcludenza che è il preludio all'inconcludenza dell'Azione parallela, dipanata, sfarinata, anatomizzata nel colossale affresco, a sua volta preludio all'inquietudine novecentesca. Il fatto non sussiste. Sussistono unicamente le variegate percezioni di un fatto ipotetico. La Mitteleuropa di Musil capiva di non essere più Mittel, centrale, ma soltanto Europa, la periferia del proprio passato. Un'azione, appunto, parallela al nulla, come un binario morto che conduce alla dissoluzione.

In Melancolia della resistenza (Zandonai, pagg. 338, euro 18, traduzione di Dora Mészáros e Bruno Ventavoli), László Krasznahorkai, sessantenne autore per la prima volta proposto in italiano, segue esattamente quel binario morto, e giunge in una metafisica città ungherese «nella valle chiusa dai Carpazi». Vi giunge insieme alla signora Pflaum la quale, di ritorno da una visita alle sorelle, è scampata alla compagnia puzzolente, sguaiata e insidiosa di una folla di buzzurri che ha preso d'assalto i vagoni, e soprattutto alle lubriche attenzioni di un maniaco sessuale che ha inteso le mosse imbarazzate dell'ancor piacente cinquantottenne viaggiatrice come una forma eccitante di assenso.

È l'incipit, ma è anche, come in Musil, il tema di questo romanzo fantastico (per forma e sostanza) dello scrittore in odor di premio Nobel, in cui la legge di causa ed effetto, la concatenazione conseguenziale degli eventi scandita dal tempo, è sospesa a data da destinarsi, accompagnando così la totale assurdità delle cose e degli uomini.

Novembre è più crudo del solito, e in giro si avverte «l'imminenza di una catastrofe». Perciò la signora Pflaum si precipita a casa, fendendo a passo svelto il buio e il gelo. Nel proprio rifugio, la due volte vedova da poco liberatasi del figlio mammone e beone vuole godersi un po' di tranquillità. Ma la visita imprevista della vicina di casa, la pettegola e perfida signora Eszter, non fa che accrescere il suo disagio. Da lì in poi il pallino della narrazione è, direttamente o indirettamente, nelle mani della Eszter, autentica eminenza grigia, anzi nera, della città. Ed ecco l'Azione parallela disegnata da Krasznahorkai, immaginifico cesellatore di situazioni e personaggi, affabulatore di suggestioni oniriche, chagalliane come in Bulgakov e kafkiane come nei film di David Lynch (e in effetti un film «lynchiano», Werckmeister Harmonies, Béla Tarr l'ha tratto, dal libro, nel 2001). Perché la signora Eszter, sbandierando il desiderio di ripulire le strade e le piazze che la gente, timorosa del disastro incipiente, non osa più affollare e dove i rifiuti si accumulano e ghiacciando diventano trincee di una guerra non dichiarata, mette in piedi l'organizzazione denominata «Cortile pulito, casa ordinata».

Il suo peggior nemico è il marito, che lei ha provveduto per tempo a cacciare di casa. Secondo il vecchio saggio «la gente parla di apocalisse e giudizio universale perché non sa che non ci sarà né un'apocalisse, né un giudizio universale... sarebbero completamente superflui, le cose vanno in rovina da sole, tutto si distrugge per poi ripartire di nuovo da capo, e avanti così senza sosta, evidentemente perché così deve essere». In questo universo surreale che ricorda la trilogia di Gormenghast di Mervyn Peake, nella comunità in lento e inesorabile disfacimento ammorbata dal cupio dissolvi che ci fa pensare alla strisciante malattia di La maschera della morte rossa di Poe, ad avvalorare il piano della Eszter, finalizzato alla presa del potere, giunge dall'esterno come casus belli l'elemento straniante di un circo. La gigantesca balena, «la balena più grande del mondo» urlano i manifesti affissi, è lo specchietto usato per impaurire ancor di più le allodole. Ciò che conta è la torma di teppisti che segue la spettacolare carovana in tournée nel Paese. Loro sono lo strumento inconsapevole che scatena «la lotta tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza».

Ed ecco che la repressione poliziesca si giustifica. Valuska, il figlio della Pflaum, seguace del signor Eszter, figura emblematica fra il cristologico e lo scemo del villaggio, finisce in manicomio. Sua madre viene trucidata da un'orda. Il suo maestro è ridotto all'impotenza. L'abile macchinazione che sfrutta i folli proclami del Principe, in realtà una semplice comparsa nella compagnia circense governata da un Direttore che pare l'infernale Quinlan di Orson Welles, sortirà i suoi effetti? In fondo, si tratta di aggiungere un Nulla a un altro Nulla, una nuova melancolia a una nuova resistenza. Nell'attesa che queste si scambino i ruoli, obbedendo alla ciclica monotonia delle rivoluzioni.