Se il romanzo di formazione forma solo noia

Tra una citazione e l'altra "Atti osceni in luogo privato", di Marco Missiroli, sembra un Pennac scaduto

No, per carità, il romanzo di formazione no. Neppure se si intitola Atti osceni in luogo privato e la copertina ti fa pensare a due chiappe che premono l'una sull'altra oppure a quattro poltrone. Io l'ho preso e letto per sbaglio, dal titolo e dai sederi incrociati l'ho confuso con Marco Mancassola, lo scrittore culto dei gay, invece è Marco Missiroli, lo scrittore colto degli etero. Può accontentarsi del risultato, si sono genuflessi tutti, siccome è un romanzo che sembra quasi francese, e questa sarebbe una nota di merito, meglio sembrare francesi che italiani.

E però che lagna, lucidata benissimo, non c'è che dire, insomma rispetto a altri autori Feltrinelli come Erri De Luca o a Baricco, Missiroli è Proust, scrive benino, senza infamia e senza lode, e racconta ogni piccolo trauma vissuto: la separazione dei genitori, le prime trepidazioni, il primo bacio, il primo sesso orale, il primo trasferimento da Parigi a Milano, il primo lavoro come avvocato di Libero Marsell, così si chiama il protagonista. Adolescenza: «Per prima cosa mi concentrai sul mio sperma e su Dio», due argomenti che tirano. Seguono tante masturbazioni, soprattutto esistenziali, all'acqua di rose e di liquido seminale, perfino quando arriva alla giovinezza è ancora lì a elucubrare pensieri tipo: «così conobbi l'inspiegabile equazione della passione: l'estetica, l'eros, i modi garbati e un cervello che contenesse sensibilità e cultura non erano direttamente proporzionali ai risultati. Marie Lafontaine ne era l'esempio. Solo più tardi credetti di capire il perché: il maschio percepiva la sua fretta di accasarsi. E la sua fame di maternità. Così quelle mammelle eludevano il loro fine primitivo, l'allattamento».

A essere cattivi è un Pennac scaduto, sebbene già Pennac sia scaduto di suo, a essere buoni un Eugenio Scalfari ringalluzzito. Io ci credo che poi Lunette lo lascia, mi stupisco che ci sia rimasta insieme, forse perché è negra e gli sembrava un affare. La prima sera che escono Libero va dal padre a confidarsi: «Andai da papà a chiedergli consiglio. Sono vergine e Lunette no di certo, cosa devo fare?». Ma cosa vuoi fare, imbecille, il problema casomai, per uno normale, sarebbe stato il contrario. Incontra ragazze che lo invitano a uscire, e lui declina: «Ringraziai e scossi la testa, stavo rifiutando il primo invito esplicito dei miei vent'anni. Mi lasciò una nuova felicità: ero stato devoto alla mia purezza». Sospeso lì, tra Dio e lo sperma, la purezza di ideali indefiniti e la contaminazione della realtà, soffrendo per la morte di Sartre come Francesco Piccolo per quella di Berlinguer e appunto Lunette, la sventurata. Ogni tanto qualche frase francese, perché fa chic. Lei lo spoglia e gli dice «Dis-moi que tu as peur», e lui «Ho paura».

Il padre muore, altro trauma, e lui continua a tormentarlo da morto andando sulla tomba, continuando a chiedergli consigli, e lasciandogli un sasso sulla lapide, come fanno gli ebrei anche se non è ebreo e Missiroli non è Roth, e neppure mezzo ebreo come Piperno, ma anche l'ebraismo fa chic. Qua e là tante citazioni ammiccanti a Proust e Camus e Truffaut. Il rapporto con Lunette va avanti alla meno peggio, lei continua a chiedergli: «Tu as peur, Lib?» e lui adesso risponde «Oui» ma non è vero, «la paura aveva lasciato posto all'esplorazione affettiva e a un eros controverso». Tuttavia continuano a fare l'amore, «non quanto e come i primi tempi: lei si ritraeva per finire di leggere un romanzo o per l'ansia legata alla tesi di laurea. Allora chiedevo se potevo fare da solo. Lunette annuiva e cominciavo con il movimento di liberazione mentre le sfioravo il sedere». Io penso che questa Lunette, non scema, gli abbia detto di farsi una sega da solo perché non ne poteva più, e per quanto mi riguarda l'unico movimento di liberazione che sono riuscito a concepire è mollare il libro a pagina cento, perché è vero che è romanzo di formazione, ma della noia, e con un altro titolo sarebbe stata perfino un'opera più volutamente centrata, tipo «Il lamento di Portnoia». Spero solo che questo Libero Marsell, nel restante centinaio di pagine, qualcuno lo picchi o lo rinchiuda in uno scantinato da cui non possa più uscire, e nel tal caso mi sono perso la parte migliore.