Seaver, l'uomo che fece ridere Beckett

Esce l'autobiografia dell'editor che lanciò scrittori come Ionesco, Pinter, Burroughs e Miller

da Torino

Il sapore di grande letteratura, di attimo rubato al genio, che regala la foto di un editor dal volto ai più ignoto circondato da autori famosi, immortali: impareggiabile. C'è una foto di Richard Seaver, che tutti chiamavano Dick, insieme a Samuel Beckett, ad esempio. La pubblicò la New York Review of Books come accompagnamento all'articolessa che James Salter scrisse nel 2009 a coccodrillo dell'attacco di cuore che si portò via Seaver nel gennaio di quell'anno. Nella foto siamo a metà anni Settanta: Beckett indossa un dolcevita spesso di lana grezza e grigia, lo sguardo nascosto dagli occhiali da sole. I due sono in strada, la fotografa è Jeannette, moglie di Dick per più di mezzo secolo. Tutti noi lettori vorremmo essere al posto di quel bell'uomo che sta per accendersi una sigaretta accanto a uno degli ultimi Nobel davvero meritati: Dick Seaver, noto in tutto il mondo per aver vinto innumerevoli battaglie contro la censura. Noto per aver fondato e diretto più case editrici: luoghi dove si badava alla qualità più che a ogni altra cosa, dove si ospitavano i propri autori, in mancanza di meglio, a dormire negli uffici, dove a qualcuno di loro, sempre in mancanza di meglio, si offriva persino uno stipendio. Noto per aver introdotto nel mercato americano i pesi massimi della letteratura del Novecento: oltre a Beckett, Genet, Ionesco, la Duras, Miller, Burroughs, Pinter, Selby Jr., solo per dirne alcuni. Noto perché era l'uomo che, pare, faceva ridere Samuel Beckett più di ogni altro. Che alla prima del rilancio di Aspettando Godot all'Odéon - l'edizione con gli alberi disegnati da Giacometti - lo ascoltò dire del suo capolavoro: «È terribile». E decise seduta stante di portarlo a farsi qualche bicchierino.

La leggenda letteraria di quell'uomo oggi arriva in Italia tradotta da Feltrinelli con il titolo La dolce luce del crepuscolo (frase che Van Gogh, in una lettera al fratello Theo, cita da Emile Zola per definire i propri quadri) e l'eloquente sottotitolo Parigi-New York. L'età d'oro dell'editoria (trad. di Anna Mioni, pagg. 528, euro 29), memoir postumo di Seaver che verrà presentato domani al Salone di Torino da Michael Kruger e Inge Feltrinelli (ore 12, Sala Blu). Si tratta di un incompiuto - che Jeannette ha curato e dato alle stampe nel 2012 con Jonathan Galassi e Sean McDonald di Farrar, Straus e Giroux - scritto saltuariamente e per se stesso, la sera tardi e nei fine settimana, su una vecchia Royal Standard. Un documento straordinario su un'epoca chiamata «d'oro» perché la quantità di coraggio necessario a fare ottima letteratura era la stessa di oggi, solo che la possedevano in molti.

Questa autobiografia di un esploratore letterario del Connecticut classe 1926 comincia a Parigi. «In una tarda mattinata sfolgorante del maggio 1952», sulla terrazza del Café Royal di Saint-Germain-des-Prés, Dick finge di leggere il giornale, ma lo sbircia solo. Finché arriva un amico, Patrick Bowles, che gli parla di un altro amico, Alex Trocchi, che ha fondato una rivista letteraria, il Merlin . Nell'epoca d'oro si cominciava sempre da una rivista letteraria. Soltanto dopo una rivista letteraria poteva accadere di conoscere Sartre, che svelò a Seaver il suo parere su Camus, gli consigliò di leggere Jean Genet e gli promise di farglielo incontrare e quindi lo mise in guardia sul caratteraccio di Beckett.

Da Parigi in poi, Seaver comincia la sua scoperta dell'Europa per portarne oltreoceano la miglior letteratura, anche se non sempre trova i suoi autori irresistibili. Come quella volta che andò in rue Saint Benoit a conoscere quella donna piccola circondata da foto dell'Indocina esposte in tutto il soggiorno, Marguerite Duras. E lei fu cordiale, come no. Ma passò un'ora ad autopromuovere la sua immagine di engagée egoriferita in un inglese farraginoso. Le migliori prime volte di Seaver, tuttavia, non sono sempre parigine. Una delle sue emozioni più grandi fu l'incontro con un giovanotto di Brooklyn «pallido e occhialuto che sembrava più un bibliotecario che uno scrittore dall'indole selvaggia». È Hubert Selby Jr. di cui Dick non tarda a diventare editore e amico. È Seaver che scatta la foto Exit to Brooklyn che poi viene usata per la copertina del romanzo nel 1964.

Ed è Seaver il primo a convincersi che il rischio di un processo per oscenità pur di pubblicare Ultima fermata a Brooklyn va affrontato ad ogni costo: il cinismo di quei ragazzini avrebbe regalato alla società parecchie notti insonni. E l'ottima letteratura non permette a nessuno di dormire tranquillo.