Seducenti, capricciose, ricche Ecco le vere «donne vampiro»

di Edward St Aubyn
P atrick sapeva che cosa volesse dire nascere in un mondo matriarcale, ricevere soldi da una nonna che conosceva appena, e venire escluso da una madre che però continuava ad aspettarsi di ricevere le sue attenzioni. L'impatto psicologico di quelle donne forti, generose quando la distanza garantiva ai rapporti il massimo dell'impersonalità e pronte a tradire quando ti trovavi troppo vicino a loro, gli aveva fornito un'idea base su come una donna appare e come si rivela nei fatti. L'oggetto del desiderio generato da questa combinazione era la Stronza Also, un acronimo per «alta società» inventato da un suo amico giapponese. La Stronza Also doveva essere la reincarnazione di una delle sorelle Jonson: affascinante, un vero animale sociale, immersa in un'infinita ricerca del piacere, in perfetta comunione con le proprie ricchezze. E come se questo non bastasse (o non fosse già troppo) doveva anche essere sessualmente vorace e moralmente disorientata. La sua prima ragazza era stata una versione in embrione di questa tipologia. A volte gli capitava ancora di pensare a quando le si era inginocchiato davanti: la pozza di luce della lampada da tavolo, le pieghe lucenti del pigiama di seta nera raccolte tra le gambe aperte di lei, la goccia di sangue sul suo braccio proteso, il sospiro di piacere, il sussurro «Troppo bello, troppo», la pellicola di sudore su quel viso spigoloso, Patrick con la siringa in mano, a somministrarle la sua prima dose di cocaina. Aveva fatto del suo meglio per trasformarla in una tossica, ma lei era un vampiro di tutt'altra razza, pronta a nutrirsi della disperata ossessione degli uomini che aveva intorno, a prosciugare sfilze di ammiratori sempre meglio inseriti in società nella speranza di acquisire il loro senso di appartenenza quando in realtà lo banalizzava ai loro stessi occhi, facendo di sé l'unica cosa che valesse la pena possedere per poi abbandonarli.
Poco dopo i trent'anni, la sua brama compulsiva di essere deluso gli aveva portato Inez, la Cappella Sistina delle stronze Also. Aveva una carrettata di amanti e insisteva perché ciascuno di loro le concedesse l'esclusiva, una condizione che non era riuscita a ottenere dal marito ma che aveva estorto facilmente a Patrick, il quale aveva lasciato la donna relativamente sana e generosa con cui viveva per tuffarsi nel vortice famelico dell'amore di Inez. L'assoluta indifferenza per i sentimenti dei propri amanti trasformava la sua ricettività sessuale in una sorta di caduta libera. Alla fine, la rupe da cui Patrick era caduto era bassa come quella da cui Gloucester si era gettato per ordine del figlio devoto: una rupe fatta di cecità, senso di colpa e immaginazione, e senza rocce sporgenti alla base. Ma Inez non lo sapeva, e nemmeno Patrick.
Con i capelli biondi e ricci, il corpo snello e i suoi magnifici vestiti, Inez era attraente in modo quasi ovvio, eppure non sarebbe stato difficile rendersi conto che i suoi occhi azzurri lievemente sporgenti erano vuoti schermi di vanità, sui quali era concesso di far capolino solo a poche emozioni, tutte simulate. Tentava, spesso in modo confuso, di impersonare un essere capace di relazionarsi con gli altri. Basati sui pettegolezzi dei suoi cortigiani, su una manciata di film di Hollywood e sulla proiezione dei propri stessi calcoli, questi tentativi potevano essere di volta in volta sentimentali o crudeli, ma risultavano in ogni caso volgari e melodrammatici. Poiché non le interessava affatto sentire la risposta, aveva la tendenza a chiedere, «Come stai?» con grande serietà e almeno una dozzina di volte durante la stessa conversazione. Spesso si sentiva esausta all'idea di quanto fosse generosa, quando in realtà il suo senso di stanchezza derivava dallo sforzo di non donare neanche una briciola di se stessa. «Voglio comprare sei stalloni arabi purosangue per il compleanno della regina di Spagna», aveva annunciato un giorno. «Non credi sia una buona idea?»
«Credi che sei bastino?» aveva chiesto Patrick.
«Tu no? Hai idea di quanto costano?»
Patrick era rimasto stupito quando Inez li aveva effettivamente acquistati, molto meno stupito quando aveva deciso di tenerli per sé, e francamente annoiato quando li aveva rivenduti allo stesso uomo da cui li aveva comprati. Se come amica sapeva essere esasperante, era nelle schermaglie amorose che il suo talento risaltava al massimo.
«Non mi sono mai sentita così prima d'ora» diceva, con voce profonda e turbata. «Credo che nessuno mi abbia mai capita davvero, fino a oggi. Lo sai? Sai quanto sei importante per me?». Gli occhi le si riempivano di lacrime mentre, in un sussurro affannoso, aggiungeva, «Credo di non esser mai stata così a casa», annidandosi tra le sue braccia forti e virili.
Subito dopo, Patrick si ritrovava ad aspettarla per giorni e giorni in un albergo di una città straniera, senza che Inez si degnasse di raggiungerlo. La segretaria chiamava due volte al giorno per avvisarlo che Inez era stata trattenuta, ma che stava per partire. Inez sapeva che quel supplizio di Tantalo era il modo più efficace per assicurarsi che il suo amante non pensasse ad altro che a lei, lasciandola al contempo libera di fare altrettanto, ma a distanza di sicurezza. La mente di Patrick poteva vagare praticamente ovunque se Inez era stesa tra le sue braccia a dire sciocchezze, mentre se si trovava inchiodato al telefono, perdendo soldi in un'emorragia continua e abbandonando ogni altra sua responsabilità, era comunque costretto a pensare costantemente a lei. E quando alla fine si ritrovavano, Inez si affrettava a sottolineare quanto fosse stata insopportabile per lei l'attesa, monopolizzando nel modo più spietato una sofferenza generata dai suoi stessi programmi, che slittavano all'infinito.
Lasciarsi annichilire da tanta vacuità non avrebbe avuto senso, non fosse stato per l'immagine sepolta di una donna incurante che, nascosta dentro di lui, premeva per riprendere forma. Ritardi, abbandoni, una brama per ciò che non è dato ottenere: erano questi i meccanismi che trasformavano un fortissimo stimolante matriarcale in un altrettanto forte depressivo materno. Quei ritardi stupefacenti, in particolare, lo riportavano direttamente alle angosce dell'infanzia, quando attendeva invano sulle scale che sua madre tornasse, terrorizzato all'idea che fosse morta.
(Traduzione
di Luca Briasco)