Il "selfie", l'arte di costruire il mito (effimero) di se stessi

Realistico e dissacrante, l'autoscatto è la vita esibita in un eterno backstage. Come nella raccolta di quelli di Kim Kardashian

C'è chi lo vede come la versione 2.0 dell'autoritratto, che nella storia dell'arte, dalla pittura alla fotografia, esiste da sempre. Il selfie invece esprime qualcosa di diverso e non si può liquidare solo con una variazione di contesto determinata dall'uso di social network basati sulla condivisione immediata di un'immagine. Un tempo l'arte te la dovevi andare a cercare nei canali tradizionali, dilatando l'esperienza nello spazio e nel tempo, mentre ora gli strumenti sempre più evoluti nella tecnologia del contemporaneo stanno radicalmente modificando l'estetica degli scatti e delle inquadrature. Se chi si autoritraeva raramente guardava in macchina, scegliendo magari posizioni defilate, oggi una foto destinata a Twitter o Instagram prevede lo scambio rapido con l'interlocutore e la conquista del suo gradimento. Già negli anni '90, con l'avvento del digitale, si era persa la sacralità della fotografia in posa, vero e proprio surrogato della pittura, sostituita da ampie porzioni di realismo: la vita così com'è, senza filtri né finzioni, per esempio nelle inquadrature dell'americana Nan Goldin davanti allo specchio dopo una notte di eccessi di ogni tipo, persino con l'occhio nero reduce da un pestaggio.

Il terzo millennio ha accentuato lo spirito voyeuristico e il selfie ne è diventato il simbolo, perché se da una parte monta l'esibizionismo di molti, questo va di pari passo con la curiosità di impossessarsi di immagini che tocchino la sfera privata dell'individuo. È come vivere in un eterno backstage dove acquista valore soprattutto ciò che non è ancora in scena.

Il selfie è entrato persino nel tempio del ritratto, la National Portrait Gallery di Londra, con una curiosa mostra datata ormai 2013 ideata da due giovani curatori, Marina Galperina e Kyle Chaika, che riuniva brevi video di 19 artisti internazionali intervistati a loro volta su tale tema. Si tratta dunque di arte oppure no? Significativa una risposta: «i selfie non sono sempre arte, ma queste opere d'arte sono sicuramente dei selfie». In verità molta fotografia contemporanea ha acquisito quello stile sporco e immediato che tanto successo sta avendo nella nuova decade, sia nel mondo delle celebrities sia in quello delle persone comuni. Anche con risultati formali che fanno sorridere. Un attento osservatore del costume quale Tommaso Labranca avrebbe detto, «c'è chi si crede Sophia Loren e invece è Tina Pica». Non è certo questo il caso né di Martina Colombari né di Kim Kardashian; l'ex Miss Italia sconvolse i social a fine 2014 postando una serie di selfies, alcuni molto hot, appena uscita dalla doccia. Il segreto del successo di molti scatti sta nel mostrare il più possibile senza scivolare nell'hard, e in effetti se si pensa che le notizie più cliccate sui quotidiani online riguardano le star senza mutande o con le spalline scese, si può facilmente intuire come una cosa sia figlia dell'altra.

La Kardashian, che si firma anche col cognome West in onore del marito rapper, ha appena pubblicato per Rizzoli International il volume illustrato Selfish (letteralmente «egoista»), raccolta di alcuni autoscatti privati tutti già condivisi su Instagram dove la neo diva imperversa sia per le forme stratosferiche sia per la capacità imprenditoriale, come Paris Hilton «famous for being famous», cioè senza avere qualità né competenze particolari eppure vantando oltre 33 milioni di followers. Ecco che ancora una volta si è avverata la profezia di Andy Warhol sulla celebrità: capacissimo di usare i media, il suo lavoro avrebbe preso pieghe ancor più impreviste se fosse vissuto nell'era del social. Già con la Polaroid aveva realizzato una serie di selfie ante litteram in cui era venuto fuori tutto il suo genio esibizionista, capace persino di trarre vantaggio da un aspetto non proprio seducente (un set di autoscatti con l'artista in versione drag queen è appena andato all'asta su eBay incassando 220mila dollari).

Chi è stato capace di costruire un supporto convincente al proprio personaggio, alimentando un mito che si basa più su ciò che si è piuttosto che su ciò che si fa, è Ai Weiwei. Dell'artista cinese fatichiamo a ricordare un'opera eppure tutti sanno del ruolo di perseguitato dal regime comunista. La critica ci ha messo del suo ma è stato internet ad amplificare questa sua condizione. I suoi selfie, divertenti, ironici, spiazzanti, autentiche prese in giro, sono diventati popolarissimi: gigioneggia con lo smartphone, si traveste, solleva il dito medio, si fotografa con un altro flippatissimo dell'autoscatto, Lapo Elkann. È diventata virale la foto postata su Instagram dove Ai Weiwei solleva la gamba imitando il gesto della pistola puntata: c'è chi ci ha visto un riferimento a piazza Tienanmen 25 anni dopo. Probabilmente è solo una burla e un tentativo di alimentare la propria reputazione con i social, un sistema che ha contagiato anche il mondo dell'arte.

Commenti

umbro80

Mar, 26/05/2015 - 10:01

Un perverso atto di edonismo sintomo di una società individualista ed egoista.

marinaio

Mar, 26/05/2015 - 10:27

Ma una volta non lo chiamavamo autoscatto? Eh già! Dire selfie è più figo! Ma andate a fare .....