Le sentenze sono sacre? C'è chi dice noil commento 2

di Dino Cofrancesco
U n valore antico come la «dignità», che affonda le sue radici nel messaggio evangelico, rischia oggi di diventare, nell'interpretazione che ne danno giuristi e intellettuali militanti, alfieri dei diritti dei «diversi», l'ennesimo cavallo di Troia introdotto di soppiatto nella cittadella liberale. Una riprova significativa è data dall'ostilità dell'area politico-culturale progressista all'introduzione, nel nostro ordinamento, della dissenting opinion. «Nel linguaggio giuridico», si legge nell'Enciclopedia Treccani, la dissenting opinion è «l'opinione dissenziente di uno o più giudici della Corte Costituzionale nei confronti della deliberazione formulata dalla maggioranza dei suoi membri». Da anni ormai, giuristi e opinion maker d'area liberale si battono perché venga riconosciuto ai cittadini il diritto di conoscere le motivazioni dei membri della Consulta che si sono opposti al dispositivo finale di una sentenza presa a maggioranza. Giuliano Vassalli, per nove anni giudice costituzionale e per tre mesi presidente della Corte, sul Sole-24 Ore del 13 febbraio 2000, scrivendo dei referendum radicali bocciati dai suoi colleghi, aveva chiesto di far conoscere gli argomenti di quanti invece avevano votato a favore. Da parte sua, Piero Ostellino, sul Corriere della Sera del 10 maggio 2008, si chiedeva: «Perché Berlusconi - che spesso si lamenta della Corte - non introduce anche da noi, col prossimo governo, la pubblicità della dissenting opinion, della relazione dei giudici di minoranza? Si può fare con una legge ordinaria. Sarebbe un fattore di chiarezza». Una domanda analoga, però, andrebbe rivolta ai radicali: perché nell'attuale referendum, tra le questioni che riguardano i giudici, non hanno posto la dissenting opinion? In un denso articolo pubblicato sui Quaderni di diritto costituzionale(4,2009), Lezione sulla cosiddetta opinione dissenziente, il giurista (e membro della Consulta) Sabino Cassese riporta le ragioni addotte dai sostenitori e dagli avversari della pubblicità data ai pareri dei giudici costituzionali dissenzienti. Ha tenuto in ombra, però, quello decisivo, almeno in Italia. Una magistratura che, da ordine dello Stato, sta diventando un contropotere pervasivo e irresponsabile, nel senso che non deve rendere conto a nessuno del suo operato, come può consentire a far conoscere le divisioni «ideologiche» - in senso lato - al proprio interno, che potrebbero minare, nell'opinione pubblica, non solo la certezza ma la «sacralità» del diritto? Sarebbe come far conoscere all'esterno il parere dei cardinali che si sono dichiarati contrari all'elezione di Papa Bergoglio! Se la «Costituzione più bella del mondo» potesse venire interpretata in modi diversi, non sarebbe più «la più bella del mondo» giacché la bellezza assoluta non consente dubbi o possibilità di dissenso. I nostri padri liberali dell'Ottocento tutto potevano aspettarsi tranne che le minacce alla libertà non sarebbero provenute dalla Politica ma… dal Diritto e dalla Legalità!