Sesso e carezze, il lato "scandaloso" dell'essere disabili

Tabù. Questa è la prima parola che ti passa in testa quando leggi L'accarezzatrice

Tabù. Questa è la prima parola che ti passa in testa quando leggi L'accarezzatrice (Mondadori, pagg. 252, euro 16). I tuoi, quelli degli altri, le madri e i padri che non sanno cosa dire, il mondo che ritrae lo sguardo davanti a certe stanze. Cosa ne pensate di un'infermiera professionista che per campare fa l'assistente sessuale? Non fate finta di non capire. Non scandalizzatevi, però.

È passato un anno da quando Giorgia Würth ti ha parlato di questo romanzo. Lo stava ancora scrivendo. Ci sono domande che pochi si fanno. Ci devi passare, devi starci accanto. Il piacere sessuale non è mai scontato e lo è ancora di meno per i disabili, per i malati, per i vecchi, per i carcerati. L'erotismo è pane quotidiano. Ti sbatte in faccia ovunque. È pubblicità. È film. È libri. È la parte più ricca del web. È strada. È estati di sole e inverni più discreti. Per qualcuno è il senso della vita. Sesso, sesso, sesso. Sesso e soldi. Sesso e potere. Sesso e sogni. Qualche volta sesso e amore. Solo che tutto questo sesso debordante che scandisce le ore non è per tutti. Non lo è per chi resiste a quella stronza di Sla. Non lo è per quel ragazzo che guarda il mondo di sbieco e che i genitori faticano a vedere ormai adulto come tutti gli altri. Non lo è per chi strilla ogni volta che dici una parola sbagliata. Ci vuole coraggio per scrivere un romanzo così, soprattutto se ti chiami Giorgia Würth e hai meno di trent'anni e di mestiere fai l'attrice e scommetti anche sulla scrittura e sei pure bionda e ogni volta che parli di queste cose ti fanno sentire fuori posto.

L'accarezzatrice di questa storia ha il nome giusto. Si chiama Gioia e non ha più un lavoro. È un infermiera professionista e scopre che ci sono paesi dove l'assistente sessuale non è una prostituta. È cura. È psicologia. È attenzione. È empatia. È quello che accade in Svizzera, in Danimarca, in Olanda, in Germania. È formazione. L'assistente sessuale non lavora a cottimo. Si prende cura del paziente in tutto, non solo per il sesso. Non bacia. Non ha rapporti orali. Qui in Italia è un lavoro da nascondere al padre. È vergogna. Non è che per Gioia tutto questa sia facile. Ci sono prima di tutto i suoi tabù. C'è la difficoltà di dire prima di tutto a se stessi questo è un lavoro come un altro.

È vero. Questo è un romanzo di formazione. È il coraggio di parlare di quello di cui si tace. È fare i conti con l'ipocrisia. È una lezione sull'amore. È una ragazza che diventa meno fragile ogni volta che accarezza il suo paziente e lo guarda negli occhi. E lui si innamora di lei e lei di lui. È tutto quello che la sanità pubblica non solo non vede, ma neppure concepisce. È la necessità di inventarsi professionali per un lavoro che non esiste, perché non è così semplice avvicinarsi a un ragazzo autistico, devi trovare la formula magica, la chiave, la combinazione per avvicinarti fino a lui. Non è facile sostituirsi a una moglie malata per dare una vita sessuale serena a un marito con la stessa malattia. Essere la particella di scambio, la mediatrice, di un'amore da troppo tempo senza sesso. Non è facile sostituirsi a una madre rassegnata all'incesto.

Non è facile vedere quello che non vogliamo vedere.

Commenti

Delfinissimo

Sab, 12/07/2014 - 02:06

Chi non conosce lo scopo del sesso che porta alla vita e lo scopo della malattia che porta alla morte, non sta vivendo ancora.