Sfida sulla cultura nell'Italia dei Comuni

Che volete farci, ogni città italiana è incredibilmente esibizionista: c'è quella con la storia completa dell'architettura sottomano e quella con il Teatro più roboante, quella con la Torre più pendente, l'Arena più innamorativa, i Caruggi più romanzeschi, il Lago più poetico. C'è la città più bizantina e la più mitteleuropea e a rendere difficili le cose c'è che tutto questo è vero e si potrebbe continuare per giorni interi con il caleidoscopico elenco delle meraviglie del Belpaese. Solo che...
Solo che cento campanili non fanno una vittoria, in tempi come i nostri: muscolari, determinati, competitivi, dove più che «contarsela su» sui propri inestimabili tesori, serve un affiatato gioco di squadra anche solo per arrivare in semifinale. Soprattutto in Italia, il passato può essere valorizzato soltanto attraverso una visione del futuro innovatrice, efficace e decisa a vincere, e quel che più conta del tutto a-politica. Il che - per l'ennesima volta - non sta accadendo.
Nel 1999 il Parlamento europeo stabilizzò il progetto «Città europea della cultura» (che andava avanti dal 1985, anno in cui fu lanciato dalla cantante e ministro greco Melina Mercouri) in un più vasto e fascinoso «Capitale europea della cultura», finanziando il tutto con il Programma Cultura, un fondo che è arrivato ad avere un budget di 400 milioni di euro per il 2007-2013. Ogni anno, una o più città d'Europa vengono scelte per dare il meglio di sé e mostrare al mondo, per dodici mesi, la propria effettiva potenzialità culturale. La filosofia di base del Programma è sbilanciata - positivamente - verso il futuro. Non importa quanto sei grande e celebre, quanta Storia si respira per le tue strade, quanti monumenti hai per singolo chilometro quadrato: ma con quanta energia ti muovi nel presente e quali prospettive culturali sei capace di crearti.
Per dire, l'anno scorso le Capitali furono Turku, cittadina di quasi 290mila abitanti nella Finlandia sud-occidentale, e Tallin, in Estonia. Quest'anno abbiamo Guimarães, in Portogallo, e l'imperdibile, vitale Maribor, in Slovenia. L'anno prossimo toccherà a Marsiglia e a Košice, in Slovacchia, città patrizia che diede i natali a Sándor Márai (e che per questo è buon riassunto della psicologia del Novecento europeo, tuttavia oggi è pure un centro ad alto tasso di sviluppo economico). Si proseguirà con le coppie Umeå (Svezia) e Riga (Lettonia) per il 2014, Mons (Belgio) e l'incomparabile Plzen (Repubblica Ceca), dove è d'obbligo bersi una pils gelata leggendo Musil, per il 2015, San Sebastián (Spagna) e Breslavia (Polonia) per il 2016.
Riguardo l'Italia - dopo Firenze (1999), Bologna (2000), Genova (2004) - il nuovo appuntamento è per il 2019, insieme alla Bulgaria. È possibile proporre una città associandola alla regione che gli sta intorno (come fece due anni fa la tedesca Essen con la Ruhr). Le nostre attuali candidature, tra defezioni e tardive aggiunte, sono oltre le 15, tra cui Venezia con la regione Nordest, Brindisi, L'Aquila, Matera, Palermo, Perugia-Assisi, Ravenna, Siena, Terni, Torino e Provincia, Amalfi e la Costiera. L'incerta candidatura di Bergamo, dopo tutto il lavoro svolto a proposito, rimane uno scandalo e un fallimento politico, ma pure lo straordinario numero di candidature dell'ultimo momento - l'allarme l'aveva già lanciato il Mibac mesi fa - è sintomatico di un Paese poco coordinato e campanilista. Entro la fine di quest'anno uscirà il bando ufficiale. Candidarsi ora è troppo tardi, ma molte cittadine ci stanno provando, vittime della cultura festivaliera («un evento, un soldo») e prive di visione strategica a lungo termine.
Entro ottobre 2013 si potrà presentare il dossier di candidatura (faccenda corposa che prevede studi trasversali), poi ci sarà una preselezione e tra maggio e luglio 2014 verrà assegnato il titolo da una giuria di tredici persone, sette dell'Unione Europea e sei italiani. I vantaggi sono molti: al vincitore vengono assegnati 1,5 milioni di euro del premio della Commissione in onore di Melina Mercouri, inoltre è possibile accedere a finanziamenti del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e il Fondo sociale europeo (FSE) e a quelli di alcuni settori del Lifelong Learning Programme, come il programma Comenius per l'istruzione. Si calcola che per ogni euro investito da una Capitale europea della cultura la ricaduta è tra gli otto e i dieci euro (e sono statistiche consolidate). Per non parlare del guadagno in appeal: da quando Liverpool è stata Capitale nel 2008 è una delle città inglesi più frequentate dopo Londra. Prima era percepita come un nero tugurio.
In Italia, si pensa ancora che la candidatura di una città a Capitale europea della Cultura la decida il Consiglio comunale, sommerso come sempre da beghe di cortile e dove l'indipendenza è un limite, e non un consenso di tipo lobbistico di tutta la nazione. Per promuovere anzitempo, infatti, l'immagine di una città presso la Commissione, occorre che imprenditori e manager culturali facciano il loro dovere per farla conoscere nel resto dell'Unione. E, ovviamente, i politici: ma qualcosa ci dice che le cose andranno come a Bergamo, dove la candidatura sta implodendo solo perché il dossier, come è stato detto in Consiglio comunale, l'ha fatto un project manager, peraltro bravo, di Roma: Riccardo Bertollini.