Simenon polinesiano con tanta voglia di tornare in periferia

Gli scrittori non vanno mai davvero in vacanza. Perché quando ci vanno finisce sempre in due modi: o trovano nuovi spunti per scrivere, oppure, non trovandoli, tornano mentalmente a casa e si mettono al lavoro. La spiaggia, spaparanzati sulla sdraio, o una camera d'albergo, all'occorrenza sostituiscono poltrona e scrivania abituali. Poteva, uno come Georges Simenon, contravvenire a questa legge non scritta? No, altrimenti non sarebbe passato alla storia come uno fra gli autori più prolifici in assoluto. Perché lui in vacanza andava spesso e volentieri, ma le sue erano sempre vacanze attive.
Per esempio, tra l'11 febbraio e il 23 marzo del 1935, fu a Tahiti. In Polinesia era già stato... sulla carta sei anni prima, nel '29, quando aveva scritto Le roi du Pacifique e Captain S.O.S., rispettivamente sotto gli pseudonimi Georges Sim e Christian Brulls. Poi vi tornerà, sempre stando altrove, nel '37 con Touristes de Bananes (o Les dimanches de Tahiti) e nel '47 con Le passager clandestin. Ma mentre stava fisicamente lì, in quel paradiso di pace e natura, accarezzato dalle onde e presumibilmente da belle ragazze, il trentaduenne Simenon che già s'era imposto sulla scena letteraria con e senza Maigret come «complice», ispirato dall'esotismo del luogo e magari pensando a che cosa avrebbe raccontato agli amici della felice parentesi, ideò la storia di un giramondo il quale, tornato dopo oltre vent'anni, con al seguito una dolce e innamorata sgualdrina, nella sua città di provincia che aveva lasciato da ragazzo, viene contagiato dal tran-tran borghese, mette definitivamente da parte l'avventura, si sistema prendendo per moglie la figlia d'un ricco commerciante e... Ed ecco Faubourg. Apparso in Italia nel '61 da Mondadori con il titolo Periferia, è ricomparso ora da Adelphi (pagg. 136, euro 16, traduzione - nuova - di Massimo Romano).
René si fa chiamare De Ritter ma è nato Chevalier, e la signora Chevalier, la mamma, è ancora al suo posto, vedova ma sempre mamma, possessiva e preoccupata per quel figlio che, passata la soglia dei quaranta, non ha ancora messo la testa a posto. Altro che a posto: la testa di René frigge in continuazione per cercar di spillare soldi a destra e a sinistra nell'attesa di fare un colpo decisivo. E pensare che, fra le tante cose che ha fatto, nei cinque continenti, c'è anche la distintissima professione di cancelliere al tribunale di... Tahiti, appunto. E adesso, in una triste brasserie, lungo viali assolati, nell'appartamento della zia, quanta mediocrità, quanta vita sprecata. «Quanti relitti! Quanti divorzi! E nuovi matrimoni! E gente che aveva cambiato mestiere, senza motivo». Intanto, prima che René decida di appendere il cappello al chiodo, Léa, la piccola prostituta, fa il suo seducendo Albert, il proprietario dell'unico hôtel, antico compagno di giochi del protagonista che ora, mettendo a frutto il proprio uso di mondo, tiene persino una rubrica di varia umanità sul quotidiano locale.
Ma i giornalisti li conosciamo, sono persone inaffidabili, soprattutto se ragazzini arroganti e intraprendenti come quel moccioso di Pellet. E anche la gelosia la conosciamo, è una malattia che può colpire tutti, persino un cinico egoista come René. Il quale scoprirà a proprie spese che se è difficile tornare alla normalità, è facilissimo uscirne di nuovo. E in maniera definitiva.