Soldi, ripicche e tribunali Un finale da giallo italiano

La morte di Alberto Bevilacqua non si limiterà a essere un grande lutto per il giornalismo, il cinema e la letteratura. Darà inevitabilmente vita a un intricato giallo, carico di polemiche. Bevilacqua era entrato in una clinica privata romana, «Villa Mafalda», per uno scompenso cardiaco nell'ottobre del 2012. A gennaio di quest'anno, però, la sua degenza si era già trasformata in guerra di avvocati. Le sue condizioni infatti apparivano gravi, per un'infezione alle vie respiratorie.
La compagna dello scrittore Michela Macaluso, in arte Michela Miti - ex attrice di commedie all'italiana ma anche autrice di poesie pubblicate per la Mondadori (da sempre casa editrice di Bevilacqua) - decise di intervenire. La legge italiana, che di sicuro ha accumulato un ritardo sull'evoluzione della società, non concede infatti al convivente la possibilità di intervenire sulle scelte terapeutiche fatte dalla famiglia del compagno. Però la Macaluso depositò una denuncia alla procura di Roma. Secondo la compagna (non moglie), lo scrittore sarebbe stato in qualche modo «ostaggio» di quella struttura medica privata. Non solo. Secondo la denuncia la terapia sarebbe stata inadeguate e il paziente da trasferire. La procura a quel punto ha aperto un'inchiesta per lesioni colpose (senza nessun indagato) affidata al pm Elena Neri. E scattarono anche degli accertamenti affidati ai Nas.
Nel frattempo la questione aveva assunto non solo aspetti sanitari, ma anche economici. Sempre secondo la Macaluso, come raccontato all'epoca da un articolo del Corriere della Sera, il costo di quei primi tre mesi di degenza ammontava già a 640mila euro. Non una cifra irrilevante (circa tremila euro al giorno!). Ovvio che poi in poco tempo la vicenda abbia assunto quelle sfumature tipicamente italiane che Bevilacqua era capace di tratteggiare così bene nei suoi romanzi, a partire da La Califfa (proprio una donna che cambia attraverso una relazione amorosa i destini di un uomo potente, inimicandosi la sua famiglia e non solo...). La clinica, da parte sua, ha ovviamente smentito ogni negligenza: «Solo grazie alla perizia dei sanitari e all'adeguatezza della struttura il paziente è ancora vivo», rese noto all'epoca e ribadisce ora. E mentre la sorella di Bevilacqua, Anna, che vive a Parma, appoggiò, come appoggia oggi, l'operato dei medici, il tribunale di Roma nominò a febbraio l'avvocato Gabriella Bosco amministratore di sostegno provvisorio, a protezione dei diritti, e della vita, dello scrittore (decisione contestata dalla sorella).
Intanto il tempo è scivolato inesorabile attorno a un uomo che è stato un maestro della parola, ma ormai ridotto a lumicino e incapace di decidere quello che restava del proprio destino. Non sono mancate nemmeno tristi dichiarazioni contrastanti: «Alberto è incosciente» contrapposto a «Alberto quando gli ho chiesto se voleva o no restare dov'è: mi ha guardato con un sorriso e mi ha detto si». E la lotta tra compagna e sorella dell'intellettuale non si è fermata nemmeno dopo la morte. La procura ha autorizzato l'autopsia sul corpo, ovviamente chiesta dal legale della Macaluso: «potrebbero emergere gli estremi per l'accusa di omicidio colposo». La sorella dello scrittore invece si è detta contraria: «Per una forma di rispetto del corpo... Anzi, ringrazio la clinica per le cure che ha dato a mio fratello. Per lui quel posto era diventato una famiglia».
E mentre la lite va avanti c'è chi prenderà le parti della famiglia, e chi parteggerà per le ragioni di un amore non sancito da contratto. Bevilacqua come tutti i morti tace. Però come non ricordare l'inizio de La Califfa: «Ti mettono la croce addosso e addio, poi fanno le orecchie del sordo. Insomma, non ti ripulisci più perché, l'onestà di andare in fondo alle cose, chi ce l'ha in questa Italia lazzarona, dove tutti, i loro peccati, li nascondono come beni di contrabbando, solo per puntare il dito contro le debolezze degli altri? Questa è la cristiana carità che io conosco...».