Solstad e l'insostenibile peso della giustizia

La frase rivelatrice è un aforisma: «Nessuno può avere il suo Dio personale. Neppure un ateo». La pronuncia un ateo, il professor Pål Andersen, 55 anni, docente universitario di Letteratura. Aveva proprio 55 anni, nell'anno di uscita del romanzo, il 1996, l'autore dalla penna del quale Andersen uscì, quel Dag Solstad gloria delle lettere norvegesi che si definisce «né ateo né credente», il quale tuttavia crede nella potenza (ri)creatrice della scrittura. Non nel senso dello svago, tutt'altro: come testimonianza su carta dei drammi reali. Del resto siamo nella patria di Ibsen...

La notte del professor Andersen (Iperborea, pagg. 166, euro 16, traduzione di Maria Valeria D'Avino) sarebbe una notte di ordinario conformismo da consumare in solitudine nel suo bell'appartamento di Oslo, con una buona cena e l'albero di Natale pieno di lucine, se, osservando dalla finestra le finestre del palazzo di fronte, il Nostro non assistesse a un omicidio: un uomo strangola una donna. Il dilemma è la scintilla che provoca un incendio devastante: chiamare la polizia o no? Due millenni di storia durante i quali l'umanità ha sviluppato i concetti di Giustizia, Responsabilità, Condivisione, Bene, Male fanno propendere per il «sì». Mentre i 55 anni di storia personale di Andersen lo spingono verso il «no». Ciò cui ha assistito è stato un evento inevitabile, un gesto d'impulso, non il frutto di una decisione premeditata, non una libera scelta. Certo, non denunciarlo alla polizia, al resto del mondo, significherebbe commettere il «crimine primordiale. Perfino un padre è tenuto a denunciare il figlio, e lo fa, e se non lo fa soffre angosce ancora più terribili di me adesso», pensa Andersen. Ma, d'altra parte: «Mi ripugnava essere quello che interviene perché giustizia sia fatta, lo immaginavo \ già tanto inorridito dalla propria azione che non volevo aggravare le sue sofferenze: alleviarle, piuttosto, se fosse stato possibile». Andersen sa che cos'è il Male, tuttavia non vuole essere lui ad additarlo agli altri. La sua non è paura per la propria incolumità, bensì renitenza all'ergersi a giudice. Il professore è solo, dieci anni prima ha divorziato, non ha figli, e non riesce a rivelare il suo dilemma agli amici di gioventù dai quali è invitato a cena per Natale o al collega di Trondheim che va a trovare due giorni dopo. È solo perché ha capito che tutti siamo soli di fronte a noi stessi.

Una volta non era così. Negli anni '60 e '70 l'impegno politico nella sinistra radicale faceva compagnia a lui e a tanti altri, dava un senso all'essere animali sociali. Ora, invece: «Non avevano più \ tutta la vita davanti, non erano più nella fase in cui non si può pronunciare la parola “io” senza avere al tempo stesso in mente la parola “futuro”». Il professore avverte che il futuro è finito, come finiscono le feste natalizie: «Viviamo troppo a lungo, sia da bambini che da giovani, negli anni adulti e da uomini maturi. E ancora il calvario non è iniziato». Se almeno ci fosse un Dio al quale rivolgersi... E se fosse l'assassino un messaggero del Dio inesistente?

Con Tentativo di descrivere l'impenetrabile e Timidezza e dignità (i libri di Solstad più conosciuti fuori dai confini nazionali, anch'essi editi in Italia da Iperborea), La notte del professor Andersen compone quella che potremmo chiamare Trilogia del disincanto. Un disincanto figlio di Ibsen e dei tempi moderni.