Uno «Spettro» si aggira per la Norvegia

«Il più grande scrittore al mondo di crime sono io. Poi c'è Jo Nesbø, che mi sta alle calcagna come un pitbull rabbioso, pronto a prendere il mio posto, appena tirerò le cuoia». Firmato: James Ellroy. È sua la frase di lancio per Lo spettro (Einaudi), nuovo noir del norvegese Nesbø. Il quale Nesbø non nega d'essere affine a Ellroy, anche se considera il proprio personaggio Harry Hole più vicino all'Harry Bosch di Michael Connnelly. Nelle storie di Nesbø non c'è spazio per i supereroi alla Batman, anche se per Oslo si aggirano cattivi che meriterebbero di stare rinchiusi all'Arkham Asylum di Gotham City. In storie come Il pettirosso, Nemesi, La stella del diavolo, L'uomo di neve, La ragazza senza volto (editi da Piemme) Harry Hole ha lottato contro il razzismo, l'alcolismo, la corruzione nella polizia, la micro-criminalità e gli assassini seriali. Se in Il leopardo (Einaudi) Hole aveva chiuso i conti con suo padre, accettando di andarlo a trovare moribondo in ospedale, ora in Lo spettro è costretto a tornare ad Oslo per dare un senso alla propria paternità. È infatti finito in carcere il suo figlio adottivo Oleg, accusato di omicidio e trasformato in un fantasma dagli abusi di sostanze tossiche. Hole, che aveva deciso di abbandonare tutto e tutti e aveva cercato di lenire le proprie ferite rifugiandosi a Hong Kong, riattiva il fiuto di segugio e s'immerge fra i gironi infernali dei drogati e degli spacciatori.
Spesso lo scrittore norvegese si è trovato invischiato in situazioni estreme come quelle che ha descritto, lui che prima di dedicare nove noir al suo Harry Hole ha scalato le classifiche del Nord Europa con le canzoni del gruppo rock dei Di Derre. «Vengo da una famiglia di scrittori e raccontastorie - dice sul suo sito ufficiale -. Mia madre era bibliotecaria e mio padre se ne stava tutti i pomeriggi seduto in soggiorno a leggere. E raccontava storie. Lunghe storie che avevamo già sentito, ma che lui raccontava in modo da farci venire voglia di risentirle. Quando avevo sette anni presi Il signore delle mosche dallo scaffale e chiesi a mio padre di leggermelo. Non lo scelsi perché avessi buon gusto in fatto di letture, ma perché in copertina c'era un disegno di una testa di maiale insanguinata infilzata a un palo. Mio padre me lo lesse, e presi a pensare che anch'io sarei stato in grado di scrivere quella storia in modo più eccitante. Avevo già iniziato a fare colpo su quelli della mia età, e su alcuni ragazzi più grandi, con le mie macabre storie di fantasmi». Storie da incubo che hanno seguito Nesbø fino ai giorni nostri e gli hanno permesso di vendere oltre 14 milioni di copie in tutto il mondo.