La storia di Attilio Manca approda alla Camera

Troppe coincidenze si annidano dietro la morte dell'urologo siciliano Attilio Manca. Se ne parla ne Le Vene Violate – Dialogo con l’urologo siciliano ucciso non solo dalla mafia di Luciano Armeli Iapichino

Non capita tutti i giorni di approdare alla Camera dei Deputati. Soprattutto per la presentazione di un libro. Ma in fondo forse un motivo c’è, visto che atipica ne Le Vene Violate – Dialogo con l’urologo siciliano ucciso non solo dalla mafia di Luciano Armeli Iapichino (Armenio Editore, 15 euro, www.armenioeditore.it) è la storia fin dal suo prologo. Una storia che ci porta indietro a quasi dieci anni fa. Viterbo, 12 febbraio 2004 ore 11: un cadavere viene ritrovato in casa. È quello del dottor Attilio Manca, urologo nativo di San Donà di Piave, in provincia di Venezia, ma cresciuto a Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese. Un ritrovamento che, nell’immediatezza, viene bollato come suicidio per overdose. Accanto al cadavere, una siringa. Posta, però, a lato dell’avambraccio sinistro, lui che era mancino. Una sentenza (e relative archiviazioni, ben tre) cui si sono sempre strenuamente opposti mamma Angela, papà Gino e l’adorato fratello Gianluca, oggi stimato legale. Soprattutto dopo la cattura di colui che, successivamente all’arresto di Totò Riina, era diventato il boss dei boss, Bernardo Provenzano.

Era, infatti, il 2006 quando emerse che Provenzano si trovava a Marsiglia, ovviamente sotto mentite spoglie, per un intervento alla prostata in laparoscopia: guarda un po’, proprio nei giorni in cui in Francia si sarebbe trovato il dottor Manca. E, guarda un po’, operazione realizzata con una tecnica chirurgica di cui Attilio Manca era un luminare. Troppe coincidenze si annidano dietro la morte del povero urologo barcellonese. Ed è così che la famiglia Manca, mai doma, ha iniziato una doverosa campagna di sensibilizzazione tra la gente e nelle scuole.Ed è durante uno di questi incontri che ad “innamorarsi” di questa storia atipica - come lo fu quella di Graziella Campagna, la diciassettenne di Saponara (sempre nel Messinese) che lavorava in una lavanderia e trucidata “solo” per avere scoperto che il proprietario di una giacca che aveva lasciato un cliente non apparteneva al nominativo lasciato dal cliente stesso ma, attraverso il rinvenimento di un bigliettino in una tasca dell’indumento, emerse che lo stesso apparteneva a un noto boss latitante - è stato Luciano Armeli Iapichino, giovane docente di Lettere nonché vicepreside della scuola media di Galati Mamertino, bellissimo centro nebroideo della provincia di Messina.

Che, come scrive Sonia Alfano, europarlamentare e Presidente dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime della Mafia nonché figlia di Beppe Alfano giornalista del quotidiano La Sicilia trucidato da Cosa Nostra nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, ha realizzato non “la classica ricostruzione del caso giudiziario ma un’introspezione psicologica senza precedenti. In genere quando si parla di una vittima di mafia si racconta il post mortem: le indagini, le fasi processuali. In questo caso invece ci si sofferma sulle varie fasi della sua vita, in un turbinio di dettagli che potrebbero sembrare insignificanti e invece segnano una traccia nell’animo del lettore”. Già, perché Le Vene Violate è, come dice anche il sottotitolo un “dialogo” ideale tra Luciano e l’Attilio mai conosciuto in vita: una maniera originale e gradevole di raccontare la storia.Non capita tutti i giorni di approdare alla Camera dei Deputati. Soprattutto per la presentazione di un libro. L’Associazione Nazionale Amici di Attilio Manca ci è riuscita. E Le Vene Violate – Dialogo con l’urologo siciliano ucciso non solo dalla mafia sarà presentato lunedì 30 settembre alle ore 16 nella Sala del Refettorio di Montecitorio. Relatori, oltre all’autore, la famiglia Manca, l’avvocato Fabio Repici (lo stesso che aveva preso a cuore la vicenda della famiglia Campagna) e l’ex pm Antonio Ingroia. E, per una volta, non la si butti in politica: come scrive l’altro prefatore de Le vene violate, Nichi Vendola, “le mafie non hanno colore politico”. E un “certo” Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in vita forse su posizioni non proprio affini ma che con la vita hanno pagato (in quel maledetto anno 1992) la loro tenacia, ce lo dimostrano ancora oggi.