L'amore per la madre? È dolce e feroce

La bella Tilda è nei guai e il figlio Jean la accudisce. In preda a sentimenti contrastanti e commoventi

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo uno stralcio del romanzo Un giorno di gioia di Aurelio Picca ( Bom­piani, pagg. 240, euro 17,50; in libreria da domani). Picca ribalta la grammatica dei generi, con una atipica storia crimi­nale e sentimentale centrata sul rappor­to tra la madre Tilda e suo figlio Jean.

A casa non ci riaccompagnò Carlo, l'uomo di Nizza – continuo a ricordare il nome della città, perché lì, da subito, si sono giocati molti destini, e il suono della parola mi ricorda i proprietari dei destini, anche se ciò accresce lo strazio. La mamma, usciti dall'appartamento di Marilyn (la zia mi baciò di nuovo sulla fronte. Alle sei del mattino era impeccabile. Mi viene da credere che sia stata l'unica a non spogliarsi), non si reggeva in piedi. Era pallida e tesa. Sembrava rinsecchita come un corpo rinvenuto cadavere dopo ore di maltrattamenti. Valerio Navarra, il còrso, la sollevò di peso e la introdusse sul sedile posteriore della sua auto. «Sali, Jean,» mi sollecitò zia Antonia, che ci aveva accompagnati sui gradini del portone, con accanto il maggiordomo dalle sopracciglia scombinate come foglioline, i capelli radi e incollati sul cranio: impassibile, con gli occhi bloccati e lo sguardo a punteruolo. «Sali, Jean, amore della zia,» ripeté Antonia vedendomi indeciso se entrare dalla portiera posteriore, per stare accanto alla mamma, oppure sedermi vicino al nuovo autista. In realtà ero combattuto tra il corpo cadaverico di mia madre e quello atletico del còrso. Forse ero in stato di choc. Non sapevo decidermi, anche se il giovane non incalzava, né mi era antipatico. Aveva un'espressione quieta. Gli occhi privi di luce particolare, il taglio dei capelli corti non strideva con le basette che lambivano gli zigomi. Non diceva una parola. Se ne stava in piedi, sul lato della guida, inespressivo. Pareva aspettasse le mie decisioni. Mi balenò l'idea che non fosse l'amante della mamma bensì il suo nuovo socio o qualcosa del genere. E questo, a parte ciò che avevo visto tra i due, mi rinfrancava. Mia madre, sprofondata sul sedile, non dava segni di risveglio, eppure percepivo in lei una remota vigilanza. Era lontana da qualsiasi pericolo. Mia madre non sarebbe morta. E nessuno aveva approfittato di lei. Anzi, credo fosse accaduto il contrario.

Solo quando decisi di salire a bordo l'uomo entrò in macchina, girò la chiave, ingranò la marcia e partì.

***

Non so se per un cenno della mamma, o perché lui sbagliò stanza, ma Navarra la adagiò sul mio letto e non la condusse nella camera matrimoniale. Mentre le ricomponeva le gambe, dopo aver tirato di lato le coperte, lo sguardo mi andò al dipinto che mostrava un ragazzino nudo sdraiato sul divano. Il quadro, lo avevo osservato decine di volte giocando a scambiarlo con il mio ritratto. Ora, invece, il bambino era identico a Tilda e non a Jean. Anche se lui era interamente svestito e la mamma era stretta nel tubino lacero di sudore e champagne. Distratto dal fanciullo che mi appariva uguale alla mamma, non mi accorsi che aveva ripreso a parlare. Intesi solo una parola sconosciuta: «Morfina». Con sollecitudine e perizia, il giovanotto estrasse dalla borsa di Tilda una siringa, poi un laccio emostatico. Mia madre aveva gli occhi spalancati quando l'ago le penetrò la vena del braccio. Allora sorrise.

Navarra ci lasciò senza dire niente, neppure un cenno di saluto. Tilda si mise in piedi con fatica, e, barcollando, si avviò nella sua camera. Si spogliò in un istante. La vedevo nuda sul letto matrimoniale nel quale per tante notti aveva sussultato e discusso animatamente e furiosamente con suo marito. «Jean, dammi un bacio,» mi disse. Avrei voluto sparire, scappare dove non sapevo. Ma l'amavo. Non fino a «dieci» come avevo sempre risposto alla sua domanda, ripetendole dieci perché pensavo che per lei fosse il massimo anche se per me, in confronto a quanto la amavo, era quasi zero. Ora mia madre l'amavo di un altro amore. Feroce. Ecco, posso definirlo così: feroce. Andai in bagno, riempii un catino di acqua e presi la spugna che usava.

Giunto di nuovo al suo capezzale cominciai a lavarla. Prima le inzuppai il viso, poi il seno, poi le ascelle e le braccia, poi l'addome, le cosce, i piedi. Infine, con la spugna, strofinai il pube. Sembrava un neo di peli corvini e setolosi.

«Dammi un bacio, Jean,» mi disse quando ormai stavo per lasciarla – nel suo, nel loro letto. «Ti prego, dormi qui con la mamma, Jean. Non te ne andare.»

Ubbidii. Mi spogliai anch'io, accostandomi alla sua spalla.

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