Storie straordinarie dall’universo yankee

Per capire un Paese come gli Stati Uniti d’America, un Paese così grande e contraddittorio che lungo il XX secolo ha raggiunto il primato nel mondo e moltiplicato i propri nemici, che ha sviluppato il culto dell’individuo e ha creato e imposto la società di massa, si può partire dalle vicende dei suoi anonimi abitanti, dalle loro voci, dai racconti delle loro private esperienze. Li troviamo riportati nel libro di Studs Terkel (Americani, Rizzoli, pagg. 486, euro 20), giornalista radiofonico, esperto di jazz, maestro di storia orale.
Occhieggiano spesso i fantasmi di Whitman, Steinbeck, Faulkner, a tratti c’è un’eco lontana della Antologia di Spoon River, ma ciò che sentiamo in queste pagine è la grana della voce, non certo letteraria, di individui comuni in cui il sogno americano si esprime con tutte le sue luci e le sue ombre. Il primo a parlare è non a caso un nativo, un Sioux, Vine Deloria, che ci ricorda come i pellerossa considerassero pazzi i bianchi per la loro frenesia di fare e di uccidere. Nella società dei bianchi i vecchi perdono valore, non hanno più alcun ruolo. Così perde valore anche il ricordo degli avi e della terra. E la follia aumenta, sino a diventare autodistruzione. Il sogno diventa, come scrisse Henry Miller, un «incubo ad aria condizionata». Contro l’incubo e l’insensatezza, un buon antidoto è la memoria. E così, tra paure e entusiasmi, speranze e rabbie, cinismo e fede, conservatorismo «compassionevole» e affarismo senza scrupoli, spirito religioso e indifferenza, solitudine e partecipazione, in una presa diretta ruvida e toccante parlano uomini e donne che, limitandosi a rievocare la loro esperienza individuale, danno voce in realtà ai temi più drammatici e ricorrenti nella società americana.
Il razzismo, per esempio, è al centro della storia di un bianco povero, C. P. Ellis, che si incattivisce a causa di un complesso di inferiorità sociale, culturale, economica e, dovendo odiare qualcuno, comincia a odiare i neri ed entra nel Ku Klux Klan sino a diventarne Ciclope superiore, una specie di gran maestro. Ellis ci racconta il risarcimento emotivo dell’iniziazione, nel sentirsi parte integrante di una comunità. Soltanto in seguito, quando entrerà in una commissione municipale per risolvere i problemi razziali, quando comincerà a incontrare i neri e a guardarli negli occhi, a confrontarsi proprio con la vecchia cicciona nera che aveva sempre detestato, allora capisce il suo errore, diventa sindacalista, e comincia a lottare per la giustizia. Aveva festeggiato l’assassinio di Martin Luther King, ora piange ascoltando la registrazione dei suoi discorsi.
Attuale in questi tempi di tumultuosi crolli finanziari è la testimonianza di Arthur A. Robertson, che nel suo studio pieno di ritratti di presidenti, ricorda con cognizione di causa gli eventi tragici del 1929. Robertson è uno che ce l’ha fatta. È uno che a ventiquattro anni possedeva già un patrimonio a sette cifre. Ma è spietato, negli affari e nelle analisi. Nel 1929, la borsa era «una casa da gioco con i dadi truccati», dove pochi squali approfittavano di una moltitudine di babbei. Anche allora si erano allargati i cordoni del credito, un lustrascarpe comprava titoli per 500mila dollari con un anticipo di 500. Ma l’euforia si trasforma in tragedia. Titoli scendono in un giorno da 115 a 2 dollari, i prestiti cominciano a essere seccamente rifiutati. C’è un’epidemia di suicidi. «Dovremo tutti chiedere l’elemosina», dice un banchiere rovinato a un altro che, mostrando almeno un invidiabile senso dell’humour, risponde: «A chi?».
Albert Rasmus racconta cosa è stata per lui la seconda guerra mondiale. Ha combattuto sul fronte europeo, conosciuto i villaggi, le chiese, i contadini di quella Francia che lui aveva sempre immaginato come un Paese di «cameriere, barboncini e gente frivola». Ma non nasconde il senso di irrealtà provato a tenere in mano un bazooka, l’incubo della trincea. E confessa che la forza per un assalto si trova non nel patriottismo o nel coraggio, ma nella necessità di non deludere i propri compagni.
Florence Scala, figlia di un sarto italiano, diventa una combattente nel guidare la protesta per salvare dalla demolizione l’antico quartiere povero di Chicago dov’era cresciuta. Battaglia nobile ma vana. Anche un vecchio olmo che giganteggia in un cortile, carico di fiori e rifugio per gli uccelli, è abbattuto. Tutto ciò che è bello e delicato viene distrutto, questa è la sua amara conclusione.
Tom Patrick, di origine irlandese, è un poliziotto scontento che si realizza quando finalmente entra nel corpo dei pompieri a New York. Dei pompieri racconta la dignità, il senso del sacrificio, che il mondo conoscerà l’11 settembre 2001. I pompieri sono in prima fila, ne muoiono cinque per ogni poliziotto. E i capi non se ne stanno nelle retrovie, negli uffici. Patrick celebra la concretezza del loro lavoro: andare tra le fiamme, salvare qualche vita.
Rex Winship, invece, con un capitale di 400 milioni di dollari, prende come un complimento l’essere definito un robber baron, un barone-ladrone, e non nasconde - anche questo è americano - la propria filosofia non compassionevole: «Se non ci sono perdenti, non possono esserci vincitori», o: «Darei sempre del denaro ai poveri, perché tendono a spenderlo». Per tutto il suo racconto, ricorre come un tic l’espressione «se ne occuperà il mercato». Profeta di un’euforica deriva che oggi ci riguarda.
Infine, ci sono testimonianze di uomini e donne che vivono la loro vecchiaia in un Paese che non la accetta e la nasconde. Jack Culberg ci parla dell’insicurezza di un rentier: se mettevi un milione di dollari da parte, una volta eri un nababbo. Ora, con l’interesse al 3 per cento, hai 30mila dollari l’anno per tirare avanti, una miseria. Molto più felice la vecchiaia di Bessie Doenges, novantatré anni, che abita in una casa di riposo, ma è così contenta di essere viva che ogni mattina ringrazia, si alza, fa colazione, balla un po’ perché sa che ballare fa bene all’artrosi, oltre che allo spirito. Poi legge un quotidiano, parte dalla pagina dei necrologi, e si dice che potrebbe andar peggio. Tutta la vita aveva voluto scrivere senza riuscirci. Ora, alla sua bella età, ha una rubrica settimanale su The Westsider, dove si racconta con gioia. Anche questa è America, l’America che continuiamo ad amare.