Il supernormale Updike e le illusioni perdute di un grande scrittore

Uscito in America nel 1971, "Il ritorno di Coniglio" è attualissimo nel narrare un rassegnato fallimento. Un mondo in grigio in cui anche il sesso è routine

I più grandi scrittori? Tra i moderni sono quelli che hanno saputo raccontare gli abissi della normalità, da Flaubert a Proust, da Balzac a James, dove perfino Beckett, in fondo, era un realista estremo. Un primato che nel secondo Novecento è passato agli americani: Carver, Roth, Ford, DeLillo, i minimalisti e i postminimalisti, i narratori degli everyman . Tra i migliori, John Updike (1932-2009) e la sua tetralogia di Harry «Coniglio» Angstrom, di cui Einaudi Stile Libero pubblica in questi giorni il secondo romanzo, Il ritorno di Coniglio , uscito nel 1971 e ancora modernissimo, bellissimo, vivissimo, alla faccia di Harold Bloom che lo stroncò preferendogli Le streghe di Eastwick e lo Zuckerman di Roth.

Siamo nel 1969, Coniglio è tornato con la sua ex Janice, ma il rapporto non funziona, lei ha un amante. Situazione banalissima che Updike viviseziona come pochi, scandagliando l'entropia dei sentimenti, il decadimento delle emozioni, dei corpi, della città, delle illusioni perdute ma mai abbastanza per non tentare un nuovo falso movimento. Il sesso stesso è stanchezza, routine, alienazione o, per usare un termine dei formalisti russi, un mezzo come un altro di «straniamento». Non impulso vitale, ma fatica, dovere, cartellino da timbrare e attraverso il quale cogliere il senso dell'esistenza. Così Coniglio, assunto nella tipografia del padre, va a letto con Janice e «la sua insaziabilità lo spaventa, perché sa di non poterla soddisfare, non più di quanto possa essere soddisfatto l'insaziabile desiderio di morte della terra». Ci prova, non si dà per vinto pur sapendo di avere già perso, e le immagini evocate sono di un iperrealismo pop devastante e struggente, l'orrore del coito coniugale nell'assenza del desiderio: «a cavalcioni su di lui, il sesso spalancato e rivelato dai lampi della televisione, Janice china la testa, coi capelli che gli solleticano il ventre, e versa fredde lacrime sulla carne afflosciata che l'ha delusa».

Zuckerman ha ancora moti di ribellione, ma Coniglio è più simile al Bascombe di Ford ne Lo stato delle cose , un personaggio consapevole del fallimento rassegnato, perché emblema di una metafora di un fallimento e una rassegnazione più generale: la felicità umana, tanto quella incarnata dal sogno americano, quanto la sua antitesi socialista, rivoluzionaria. Sono i nipotini degli antieroi ottocenteschi, ma svuotati di ogni romanticismo.

Eppure, cosa più snervante, tutto procede ugualmente nel caos del mondo: «Si sente circondato e confuso da troppa energia. I desideri di un uomo diminuiscono, quelli del mondo mai». Fa visita alla mamma morente e viene soffocato dai ricordi, ma anche dall'agghiacciante fissità degli oggetti, spesso enumerati uno a uno: «una poltrona ricoperta di stoffa sintetica ravvivata da righine argentate, un divano di gommapiuma, un tavolino basso intagliato, imitazione di un banchetto antico da ciabattino, un pezzo di legnaccio che è una lampada (...); mobili in mezzo ai quali lui, Coniglio, ha vissuto ma che non ha mai conosciuto, fatti di materiali e sostanze cui non saprebbe dare un nome, invecchiati come nella vetrina di un grande magazzino, consumati senza adattarsi neppure una volta al suo corpo».

Come gli objet trouvé surrealisti e i readymade duchampiani, qui sono gli oggetti che annientano il soggetto diventando funesti totem del silenzio, i farmaci degli ospedali («il dolore del mondo è un cratere che tutti questi sciroppi e pillole e migliaia di aggeggi non riusciranno mai a riempire», e pare una prefigurazione di molte opere farmacologiche di Damien Hirst) e perfino gli ingredienti di un surgelato («legge gli ingredienti elencati sulla scatola: acqua, manzo, piselli, patate disidratate, pane grattugiato, funghi, farina, burro...»). Non per altro, all'epoca della narrazione, la Pop Art era ancora al suo apice e Andy Warhol dichiarava che ogni sua opera, anche una scatola di minestra Campbell, aveva a che fare con la morte. E anche il primo passo sulla luna, seguito in diretta su ogni televisore, per Updike era solo un ennesimo passo falso, un'altra illusione perduta campata per aria.