Lo «sviluppo sostenibile»? È solo odio per il mercato

Si scrive «sviluppo sostenibile», si legge umiliazione del mondo capitalista, anzi del genere umano. Perché è questo il vero obiettivo di chi ha partorito questo concetto, diventato il fulcro di ogni politica globale e locale giusto venti anni fa, con la Conferenza internazionale sull’ambiente svoltasi a Rio de Janeiro nel giugno 1992. La settimana prossima, dal 20 al 22, ancora a Rio si ritroveranno i capi di Stato e di governo di tutto il mondo per aggiornare quel Piano di azione ventennale che arriva oggi a scadenza, ma nessuno sembra intenzionato a fare un bilancio serio di cosa l’adozione del concetto di «sviluppo sostenibile» abbia significato in questi venti anni.
Nell’immaginario collettivo si è riusciti a far passare l’idea positiva che sviluppo sostenibile significhi uno sviluppo che rispetti l’ambiente, ma già questo implica che lo sviluppo sia di per sé un’attività distruttiva. Anche la definizione ufficiale di sviluppo sostenibile è falsamente accattivante: «Lo sviluppo che incontri i bisogni del presente, senza compromettere le possibilità per le future generazioni di incontrare i loro bisogni», si legge nel Rapporto della Commissione Internazionale su Sviluppo e Ambiente, più nota come Commissione Brundtland. Era il 1987, la definizione suonava bene ma in realtà nascondeva un significato inquietante. «Nascondeva» si fa per dire, perché basta leggere il Rapporto (Our common future, Il nostro futuro comune) per capire che dietro c’è una singolare concezione della specie umana, considerata nociva. La grande novità fu in effetti l’aver indicato la crescita della popolazione quale responsabile del sottosviluppo e del degrado dell’ambiente. L’assunto su cui si fonda tale concetto è smentito dalla realtà: non c’è alcuna relazione tra densità della popolazione e sviluppo, se è vero che tra i 21 Paesi più poveri del mondo solo 7 hanno una densità superiore ai 100 abitanti per kmq e tra i 21 più ricchi sono ben 12 a superare questa cifra. Anzi, se una relazione c’è, la spiegano i Paesi industrializzati che hanno visto calare i tassi di fertilità a seguito dello sviluppo. E lo stesso vale per l’ambiente: i problemi più gravi - deforestazione, inquinamento, sfruttamento selvaggio delle risorse - si riscontrano nei Paesi più poveri e spesso in aree a bassa densità di popolazione.
Eppure a partire dal Rapporto della Commissione Brundtland, all’Onu il concetto di sviluppo sostenibile è diventato una parola d’ordine trasformatasi nella convocazione di una Conferenza internazionale su ambiente e sviluppo a Rio de Janeiro nel 1992, come peraltro il Rapporto chiedeva. Non stupisca il successo: grande regista sia della Commissione Brundtland sia della Conferenza di Rio è stato il canadese Maurice Strong (allora direttore del Programma Onu per l’ambiente, Unep), un uomo d’affari diventato potentissimo grazie all’industria petrolifera e che ha usato questo potere per indirizzare su scala internazionale, e sotto l’egida dell’Onu, il movimento ecologista. Nel 1976, in un’intervista a una rivista canadese, Strong si definì «un socialista per ideologia e un capitalista per metodo», e in un’altra ebbe a dire che «potremmo arrivare al punto che l’unico modo di salvare il mondo sarà il collasso della civiltà industriale». È questa la strada intrapresa con l’Agenda 21, il programma approvato dai capi di governo di tutto il mondo a Rio venti anni fa, il cui fondamento è appunto nel «limitare» la presenza umana: quantitativamente - con la moltiplicazione dei programmi di controllo delle nascite per i Paesi in via di sviluppo - e qualitativamente - con tentativi di frenare la crescita economica dei Paesi industrializzati.
Da qui nasce anche l’isteria sui cambiamenti climatici che ha portato al Protocollo di Kyoto e alle conseguenti politiche energetiche che stanno penalizzando l’Europa. Basti pensare che la Germania, maggior consumatore pro capite di energia solare, ha investito in questi anni 130 miliardi di dollari in sovvenzioni per tale fonte rinnovabile ricavando in energia un valore pari a 12 miliardi. Nessuna sorpresa che in dieci anni il costo dell’energia per l’industria tedesca sia aumentato del 57%, e che la locomotiva dell’Europa sia diventata dipendente dalla Russia.
Oggi la nuova Conferenza sull’ambiente promette di portare a termine l’opera promuovendo la nuova parola d’ordine dei prossimi anni: economia verde, green economy. Investimenti folli per risultati minimi: nel 2009 una ricerca svolta dall’università Rey Juan Carlos di Madrid aveva dimostrato che in Spagna (spesso citata dal presidente americano Obama come modello di green economy) per ogni «posto di lavoro verde» creato tra il 2000 e il 2008 se ne erano distrutti 2,2 negli altri settori. Green economy è anche la parola magica per combattere il riscaldamento globale, considerato la fonte di lutti e povertà, soprattutto nel Terzo mondo. Ma anche prendendo per vere tutte le fosche previsioni sulle morti per alluvioni, siccità, ondate di caldo, si scopre che nei Paesi poveri le morti da riscaldamento globale arriverebbero allo 0,06%: al confronto le morti da acqua non potabile e inquinamento già contano per il 13% del totale.
Come ha detto Bjorn Lomborg, l’«ambientalista scettico» che guida la ricerca di un team di scienziati su progetti per ambiente e sviluppo, «concentrandosi sulle misure per prevenire il riscaldamento globale, i Paesi avanzati possono aiutare a prevenire la morte di molte persone. Il che suona bene finché non ci si rende conto che la conseguenza è la morte evitabile nei Paesi poveri di un numero di persone 210 volte più alto, poiché le risorse che potevano salvarle sono state spese in pale eoliche, pannelli solari, bio-carburanti e altre fissazioni dei Paesi ricchi».