Tante sorprese nella cinquina del Campiello

Ancora una volta è lo spunto storico a prevalere rispetto alla narrazione della contemporaneità. Ma la notizia è che la maggioranza dei marchi editoriali in cinquina è senz'altro storico ma non è un colosso.

Tra gli illustri scartati dalla finale - selezionati su 79 semifinalisti a partire da 250 invii di volumi - ci sono Mauro Covacich, Fabio Genovesi, Eraldo Affinati, Nicola Lagioia, Marco Missiroli, Lidia Ravera, Laura Pariani, Raul Montanari, Paola Capriolo, Paola Mastrocola. L'unico vero “big” del parterre eletto dalla Giuria dei Letterati al Palazzo del Bo ieri mattina a Padova per la cinquantatreesima edizione del Premio Campiello è Antonio Scurati.

Ci riprova col Campiello dopo due tornate sfortunate di Strega ed è entrato al primo giro di voti con la bio-fiction sulla battaglia antifascista del professore Leone Ginzburg Il tempo migliore della nostra vita (Bompiani). Ma non è stato il più votato. Il più amato in assoluto dagli accademici, guidati quest'anno dal presidente politologo Ilvo Diamanti, è il giornalista di Radio3 Vittorio Giacopini e il suo La mappa (Il Saggiatore): 7 voti su 10 al primo giro per questo romanzo storico sul cartografo di Napoleone, conditi da una serie infinita di complimenti dei giurati. Si sono poi classificati subito l'esordio di Carmen Pellegrino, Cade la terra (Giunti), e Marco Balzano con L'ultimo arrivato (Sellerio): il primo ha il fuoco in un borgo abbandonato e fantasmatico del Cilento, il secondo negli anni 50 di Ninetto, novenne emigrante dal Meridione («A leggerlo sembra di rivedere Miracolo a Milano sullo smartphone», ha detto la giurata Paola Italia).

Sul quinto ingresso, Senti le rane di Paolo Colagrande (Nottetempo), si è accesa finalmente una intrigante quanto combattuta bagarre («Tu fai le Rane , così poi sono 5 a 5 e sono c.. loro», è esploso incontrollato ad un certo punto dai microfoni inavvertitamente accesi l'off records di un giurato ad un collega). La storia di Zuckermann, “prete bello” di una località balneare pop, ha tenuto la posizione per ben quattro giri con Lacci di Domenico Starnone (Einaudi) e lo ha schiacciato solo all'ultimo respiro grazie alla “conversione” in extremis di due giurati, Federico Bertoni e Philippe Daverio («Voto il botteghino di un piccolo editore contro la grande ammiraglia»). A Starnone, se le voci sul fatto che sia lui a nascondersi dietro la firma Elena Ferrante sono vere, non resta che il sorso di Strega. Echi di battaglia ha portato con sé anche il premio Opera Prima andato a La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (Feltrinelli) di Enrico Janniello. L'esclusione della 17enne Alice Ranucci, in scuderia Garzanti, e del quasi 70enne Enrico Regazzoni ha lasciato l'amaro in bocca a molti giurati.