Torben Guldberg Con «Il canto dell'immortale» risveglia i secoli

Per diverse ragioni questo romanzo di un giovane autore danese, Torben Guldberg, Il canto dell'immortale (Longanesi, pagg. 419, euro 19,90), va segnalato ai lettori che non amano le vie troppo battute dalla narrativa contemporanea e cercano emozioni nuove. Innanzi tutto è un romanzo il cui protagonista è un Immortale, un personaggio modellato sugli eroi del mito, in particolare del mito germanico: nasce da una madre di nome Elda che lo abbandona alla corrente di un fiume, è allevato da un'estranea, Mirina, che lo salva e lo allatta, è educato da un fabbro, Svend, all'esercizio delle armi, incontra un amico in bilico tra magia e veggenza, il saggio Baldur. Poi il libro affonda le radici in un canto, uno di quelli fioriti in Islanda e pieni di metafore fisse e allitterazioni, e ne esplica i contenuti rendendoli più fluidi ma senza rinunciare a una certa solennità magica. Infine, oltre ai personaggi mette al centro il senso del destino in rapporto al caso, chiedendosi se «il caso è un destino che non conosciamo, o se il destino è la storia che intessiamo con i fili del caso».
La fiducia nelle possibilità infinite del canto e della narrazione è così robusta che alla fine possiamo leggere: «il mare del tempo è grande, ci sono oceani da raccontare». Ecco, così si spiega la vitalità della letteratura scandinava, e di qualunque letteratura: con la fiducia nella parola e nel bisogno di raccontare che vengono da un lontano passato e agiscono nel presente. Guldberg, che ha esordito con il successo di Tesi sull'esistenza dell'amore e ha alle spalle una carriera di attore, mescola bene le carte: c'è più azione qui che su qualunque palcoscenico, ma ci sono anche riflessioni, momenti lirici e filosofici e dialoghi scritti con tecnica teatrale.
Nello sconquasso barbaro, apocalittico dell'anno Mille, l'Immortale compie la parte decisiva del proprio destino: conosce l'amore di Sigrid, la difficoltà di crescere i figli Aslak e Thorulf, la guerra vichinga, la vendetta contro il violentatore Ingerfred, l'assassinio più colpevole, il pellegrinaggio in cerca di espiazione e perdono. È la parte più bella e riuscita del libro. Poi l'Immortale attraversa altri quattro secoli, conosce altre voci, entra in altre leggende, si fa raccontatore di storie. Vede partire i Crociati, poi nel Trecento vede arrivare la peste e diventa «medico immortale» perché può avvicinare e curare gli appestati senza paura di essere contagiato. E legge i sonetti del Petrarca per Laura, è colpito dal nuovo senso che l'amore assume nella sua poesia, si reca a Valchiusa per cercare di conoscerlo di persona, ma invano. Il libro, che ha un finale ambientato in Italia agli albori del Rinascimento, attraverso le avventure di attori girovaghi conduce una serrata riflessione sull'amore: mostrando un'altra faccia della propria ricchezza.