Torna Rouletabille, il genio "normale" contro ogni crimine

Acutezza senza spocchia, coraggio senza sbruffonaggini. Ecco il detective perfetto

A cavallo del Novecento, Parigi si ritrovò invasa di ladri gentiluomini e assassini mascherati, in un profluvio di travestimenti e rapimenti, dimore nobiliari e vicoli malfamati. Non che prima il crimine non avesse avuto la sua parte di celebrità, ma adesso sembrava essere tutt'uno con la società che lo metteva in scena, quella Belle Époque che da un lato esaltava i valori del lusso e dell'eleganza, e dall'altro rivendicava il primato dell'intelligenza e della scienza a petto degli istinti brutali dell'essere umano.

In questo clima, e andando a occupare il posto della legge, perché quello del delitto era saldamente presidiato, andò a inserirsi una curiosa figura di giornalista-investigatore, il giovanissimo Joseph Josephin, detto Rouletabille, frutto della fantasia di Gaston Leroux (1868-1927). Nel giro di pochi anni, prima con Il mistero della camera gialla , poi con Il profumo della dama in nero , infine con Rouletabille e lo Zar , Leroux fece del suo eroe un alter ego , con tutte le carte in regola, degli Arsène Lupin e dei Fantômas, quelli originali e quelli tarocchi, che si contendevano la scena e il mercato editoriale, forti anche di un'attenzione più mirata verso la razionalità investigativa e non della risoluzione improvvisa, imprevista, ma anche imprevedibile, del mistero che era alla base della storia.

Non che intorno a Rouletabille mancassero i colpi di scena, e del resto già il nome, anzi il soprannome, del suo protagonista, « roule-ta-bille », tira la pallina insomma, dava un'idea del ritmo frenetico, in linea del resto con la pubblicazione in feuilleton delle sue gesta, dove ogni puntata doveva necessariamente finire con una rivelazione, un'agnizione, una maledizione. La frenesia però era messa al servizio del ragionamento e quest'ultimo era di fatto l'unico elemento con cui Leroux aveva caratterizzato il suo personaggio. Rouletabille non è né affascinante né tenebroso, non è elegante, tanto meno raffinato e neppure crudele. Niente insomma che lo possa far confondere con gli altri geni del crimine allora in attività nella Francia letteraria, né con quelli nella stessa epoca popolari Oltremanica, Sherlock Holmes, per citare il più celebre. Certo, le affinità sono maggiori con quest'ultimo, ma il francese non ha nulla dell' aplomb né della sicumera dell'inglese, tanto meno della sua onniscienza. È più naïf, e però più vivo.

Adesso Castelvecchi manda in libreria, con nuova traduzione, il ciclo completo di questo eroe moderno ( Le avventure di Rouletabille , pagg. 661, euro 22) e il lettore del nuovo millennio si ritrova nelle stesse condizioni di curiosità e di fascinazione che erano state proprie del suo corrispettivo di un secolo prima. E siccome il tempo non dovrebbe passare invano, e chi viene dopo pensa sempre di saperne di più, non riesce a capire perché, pur essendo più cinico, più disincantato, più smaliziato, più colto, anche lui non riesce a staccarsi dalla storia.

Una delle ragioni, forse la ragione per eccellenza, la coglie Jean Cocteau quando, nella prefazione al volume, nota come Leroux sia un autore «senza boria. Da questa assenza di boria deriva un'autenticità meravigliosa, un solido equilibrio tra l'enigma proposto e l'inclinazione a risolverlo». In sostanza, Leroux non bara, non fa parodie, non mima un genere, è quella cosa lì, è popolare e insieme surreale, nel senso che Rouletabille e gli altri personaggi che nei suoi romanzi ritornano e si rincorrono sono avvolti in un'atmosfera di sogno, descritti con ironica partecipazione, come se scorressero davanti all'autore. In Leroux, tutto è al servizio della storia, a cominciare dall'ingegnosità con cui essa viene costruita ( Il mistero della camera gialla è considerato un classico del genere). Leroux non posa a fare lo scrittore, non ci vuole far capire quanto è colto e quanto è bravo: è Rouletabille quello intelligente...