Trionfale ultima "prima" di Barenboim

Tredici minuti di applausi per il maestro, nonostante qualche pecca e la scenografia poverissima (ma funzionale)

Deborah Warner, regista del Fidelio di Beethoven che ha aperto la stagione della Scala, aveva posto come obiettivo della sua messa in scena il suscitare negli ascoltatori alcune domande fondamentali. Voleva che l'opera inducesse a una riflessione sui concetti di libertà, giustizia e sul tema motore di tutta la vicenda, l'amor coniugale. Possiamo dire, dopo aver visto lo spettacolo, che la promessa è stata rispettata. La trasposizione temporale in un odierno hangar non è rimasta fine a se stessa, come tante volte si è visto (recenti prime scaligere incluse). Questa tesi è stata sostenuta da un fattore fondamentale: la cura della recitazione sia per le parti cantate che nei troppo spesso maltrattati dialoghi. Questo ha consentito l'identificazione con i personaggi modernizzati, che, ricordiamo, Beethoven e i suoi librettisti avevano pensato in una cupa Spagna, prossima al Terrore di Robespierre, da cui proveniva il soggetto.

Un grave peso attendeva Anja Kampe (Leonore), per le difficoltà non solo vocali riservate alla «parte» di una donna travestita da uomo, che alla fine dimostra un coraggio formidabile. Solida nella preparazione musicale, incisiva nei recitativi, ha superato anche la temibile aria del primo atto con le scomode vocalizzazioni acute, guadagnandosi il primo applauso della serata. Il suo segregato marito Florestan era affidato ad un attore credibile, Klaus Florian Vogt, il cui timbro chiaro e poco gradevole ha retto meglio la corda lirica che quella drammatica. Sperimentato Falk Struckmann nelle malvagie vesti di Pizarro. Sicuro e completo nel ruolo del bonario carceriere Rocco, il basso Kwanchul Youn. Giustamente importante la sortita di Peter Mattei quale Ministro Don Fernando, portatore di libertà e illuminata grandezza (anche musicale). La coppia Marzelline-Jaquino è quella che spesso paga lo scotto maggiore in un'opera dove la prima parte, l'intreccio sentimentale e borghese, scolorisce rispetto a quanto avviene dopo. Non hanno fatto eccezione in questa occasione la piccola voce di Mojca Erdmann e il puntuto tenore Florian Hoffmann, nonostante si siano comunque ben inseriti nel disegno complessivo. Non si scopre nulla rivolgendo il meritato plauso alla prova del coro dei prigionieri, istruito dal maestro Bruno Casoni con misura e pertinenza di coloriti, sia nella segregazione che nel giubilo. La parte più efficace della lettura del maestro Barenboim (alla sua ultima «Prima») non va cercata dove ci vorrebbe grazia degna di Haydn ma, stante la sua predilezione per tempi comodi e sonorità massicce, nelle parti drammatiche, dal quartetto del tentato omicidio al poderoso inno finale. Il pubblico lo ha molto festeggiato nella sortita del secondo atto e in quelle finali, dove le ovazioni più convinte sono andate a lui, alla protagonista Anja Kampe, al basso Youn e al basso-baritono Mattei. Premiata la Warner che ci ha dato, senza retorica né ossequio ideologico, una lettura al passo con i tempi.