A Venezia l’arte c’è (per chi la sa vedere)

Ritorna da Venezia, sconfortato, Angelo Crespi. È stato alla Biennale e non è contento (come scrive nell’articolo «Alla Biennale va in scena la nostra fine», su il Domenicale, ndr). Ma, per eccesso d’amore, non è neppure rassegnato. Vorrebbe un’altra Biennale. Vorrebbe vedere opere piene di senso, soffre per l’insensatezza. Ha ragione? Continua, lui, la crociata che ci accusa di avere abbandonato. Quale alternativa propone?
Intanto, nel suo ragionamento, ci sono passaggi inquietanti. Alcune cose che meritano di essere salvate non le ha viste, non le ricorda; e, cercando le ragioni della catastrofe, risale a Duchamp, su cui sospende il giudizio (e a distanza di più di novant’anni dal celebre Orinatoio sembra piuttosto insolito) e mostra un pregiudizio negativo anche verso Peggy Guggenheim e Jackson Pollock arrivando a scrivere: «Proprio Duchamp che propose la meta-comunicazione come forma d’arte, se stesso come meta-artista. E questo ci rincuora in parte; perché così possiamo godere non semplicemente della merda, ma della meta-merda d’artista. Poi venne Peggy Guggenheim che guarda caso, c’entra (non centra) molto con Venezia. Peggy fu la prima che trasformò l’artista in gadget esponendolo accanto alle sue opere, e lanciandolo con vere e proprie campagne pubblicitarie. Così venne inventato il mito di Pollock... Poi venne il resto, ovvero il delirio, perché nella ormai cinquantennale ripetizione di codici stantii e stilemi triti della provocazione e del nonsense fine a se stesso, non è rimasto nulla».
Con quest’animo, Crespi si perde anche alcune cose belle che, in questa Biennale, pur ci sono. Ormai egli ha deciso di essere il «Signor No» e vede anche me come un pericoloso avanguardista, assalendomi da destra mentre sono bombardato da Politi e dai suoi belbettanti seguaci. Così a Milano Crespi non vede Ferroni, Ivan Theimer, la rinascita di Cavaglieri, per il rilancio della Pittura non meno importante di Balthus alla Biennale di Venezia nel 1980. Non vede i riemersi Colombotto Rosso, Enrico D’Assia, Gaetano Pompa, Karl Plattner, Domenico Gnoli, Franco Sarnari, Riccardo Tommasi Ferroni, Mattioli, Guccione, Pongiano, Adelchi Riccardo Mantovani, Crocicchi.
Io, ormai, non esprimo una cultura di centrodestra (sic!) perché mi permetto di affrontare temi come Arte e omosessualità nella città di pericolosi sovversivi come Armani, Versace, Dolce e Gabbana, Testori. Anch’io ho scelto lo scandalo e ho tradito Fratel Angelo. Il quale, come a Milano non vede i pittori, a Venezia, oltre alle fotografie di Gabriele Basilico, non vede le cose che pur’io (ormai cattivo maestro) gli ho indicato su Panorama: l’elegante Angelo Filomeno, raffinatissimo neodecadente; l’iraniano Y.Z. Kami, con i suoi grandi mistici ritratti; il ghanese El Anatsui con i suoi arazzi splendenti di materiali riciclati; il sobrio fotografo del Mali, Malick Sidibé; la nevrotica e stravagante inglese Tracey Emin; l’austriaco Herbert Brandl; il neoespressionista Sigmar Polke; i due poetici russi Ilia & Emilia Kabakov con i loro monasteri tibetani. Tutti artisti di buona intelligenza, di sicura abilità manuale, di cui non si può dire seguendo le perversioni di Francesco Bonami, «lo potevo fare anch’io».
Niente da fare. Un pittore incapace e un critico inetto come Bonami non sarebbero in grado di rifare l’opera di nessuno degli artisti citati. Con buona pace di Crespi che torna dalla Biennale con la convinzione di essere stato preso in giro, come se l’Arte fosse altrove. E come se anche Robert Storr, il curatore, certo più capace di Bonito Oliva, avesse voluto prenderlo in giro. Non è così. E quando Crespi vede l’altrove, non se ne accorge.