Vergès, il difensore degli indifendibili

Il controverso legale ebbe tra i clienti Klaus Barbie e Carlos lo sciacallo. Scrisse saggi garantisti

Jacques Vergès, morto giovedì a Parigi all'età di 88 anni, era un avvocato specializzato nel difendere gli indifendibili. Il terrorista Carlos lo «sciacallo» e il criminale nazista Klaus Barbie sono stati suoi clienti. Così come i militanti del Fln algerino (tra cui la sua futura moglie Djamila Bouhired), i leader dei khmer rossi cambogiani e dei fedayn palestinesi. Avrebbe voluto difendere anche Saddam Hussein, che scelse un altro avvocato, e Slobodan Milosevic, che volle fare da solo. Il regista Barbet Schroeder realizzò un documentario su Vergès (L'avvocato del terrore, 2007) e gli chiese se avrebbe accettato di difendere Adolf Hitler: «Sì certo, anche George W. Bush, difenderei tutti su questo pianeta. A patto che si dichiarino colpevoli».

Nato nel 1925 in Thailandia da madre vietnamita e padre francese, Vergès ha avuto una vita da romanzo. Combattente con De Gaulle nella Seconda guerra mondiale, militante comunista, acceso anti-colonialista, quindi avvocato controverso. Confindente di Pol Pot, obiettivo di killer misteriosi, forse depositario di pericolosi segreti, Vergès nel 1970 sparì nel nulla. Riapparve a Parigi nel 1978 e riprese l'attività. Nel 1987, il processo a Klaus Barbie, il macellaio di Lione. I critici accusarono Vergès di aver banalizzato l'Olocausto per difendere un mostro.

L'«avvocato del diavolo» è morto a casa di un'amica, nello stesso appartamento ove visse Voltaire. «Un luogo ideale – si legge in un comunicato della sua casa editrice Pierre-Guillaume de Roux – per l'ultimo colpo di scena di quello che era un attore nato. E che, al pari di Voltaire, coltivava l'arte della rivolta e dei voltafaccia permanenti». Il personaggio, oltre a essere enigmatico, divideva: e infatti i suoi colleghi ne danno in queste ore definizioni variegate, si va da «avvocato coraggioso e indipendente» a «gigante che talvolta si metteva dalla parte sbagliata».

Di recente Vergès in Italia aveva pubblicato tre saggi interessanti usciti per Liberilibri: Gli errori giudiziari (con prefazione di Giuliano Ferrara e postfazione di Luigi Domenico Cerqua), Quant'erano belle le mie guerre! e Giustizia e letteratura. Il primo, in particolare, è della massima attualità. Ispirato a un solido garantismo, il volume passa in rassegna alcuni clamorosi casi giudiziari viziati dall'errore del tribunale. È lo spunto per mettere all'indice alcuni aspetti del processo. Innanzi tutto, scrive Vergès, «il giudice deve tornare a essere il giudice imparziale che non avrebbe mai dovuto cessare di essere». Non è un attacco alla magistratura nel suo insieme, ma ai giudici che sbagliano senza pagare mai il conto perché protetti da uno «spirito di corpo per nulla giustificato dall'istituzione». Gli spunti per riflettere su quanto avvenuto nel nostro Paese non si contano. In un passo, Vergès analizza un errore dettato dal pregiudizio della corte e suffragato con mezzi «disonesti», come quello di incolpare di «falsa testimonianza» tutti i testimoni che contraddicano l'accusa.

Vergès non parla del nostro sistema giudiziario, anche se la sua casistica si può proiettare sull'Italia. Comunque, in un Paese dove i giustizialisti passano per depositari della filosofia del diritto, i libri di Vergès offrono una prospettiva diversa. E dunque è bene leggerli.

Commenti

slim313

Sab, 17/08/2013 - 16:56

come quello di incolpare di «falsa testimonianza» tutti i testimoni che contraddicano l'accusa. processo ruby