Il verso giusto Eccomi, io! Archiloco, il primo a scrivere «io»


di Nicola Crocetti


Eccomi, io!, servente d'Urlante Signore,
io, che maneggio regalo amoroso di Muse.
Della roba di Gige, plutocrate dell'oro, non mi frega.
Me, l'invidia non mi tocca. Io non m'entusiasmo
a cosa fanno i divi. Non sono un infoiato del potere.
Tutta roba che non degno di un'occhiata, io.
Spirito, spirito mio, pestato da batoste disperate,
su, dài, placca chi ti fa male, scaglia oltre
il cuore, incollati al nemico, radicato
rocciosamente. Se vinci, non fare l'esaltato

\[in piazza,
e se soccombi, non accartocciarti al chiuso,

\[tra i rovelli.
Anzi, festeggia feste. E nei momenti brutti, arrenditi:
nei limiti. Cerca di capire che cadenza lega l'uomo.

(traduzione di Ezio Savino)


In questi frammenti rimbomba il big bang della poesia lirica nella Grecia arcaica. È la scoperta dell'«io», entità che i precedenti aedi dell'epica - Omero in testa - dissimulavano sotto il velame della Musa ispiratrice globale. L'innovatore fu un uomo delle isole, Archiloco di Paro, nato nel VII secolo a.C., poeta scanzonato, sarcastico, visionario. Sugli eventi della sua biografia siamo informati dagli accenni sparsi nei suoi frammenti, da notizie desunte da altri autori, e dall'Epigrafe di Mnesieps, un'iscrizione risalente al 250 a.C. Il padre, Telesicle, era di nobili natali: si distinse come fondatore della colonia di cittadini di Paro nell'isola di Taso, nelle acque prospicienti la Tracia. Qui emigrò Archiloco, spinto - come narra Crizia - da «povertà e indigenza». Pare infatti che, essendo nato dalla schiava Enipò, il poeta restasse escluso dai privilegi del ceto aristocratico, a cui apparteneva il genitore. Accumulò rancori contro quel mondo di nobili, e deriverebbe da qui l'atteggiamento anticonformista e ribelle che spicca in molti suoi versi.
Anche se ne disse peste e corna, il poeta conservò tuttavia un forte attaccamento alla patria, che difese dagli attacchi nemici. Cosa che gli costò la vita: un tale Calonda lo uccise in battaglia, attirandosi i fulmini di Apollo, patrono dei poeti, che gli interdisse l'ingresso nei santuari. Archiloco militò come mercenario (l'«Urlante Signore» del primo frammento è Ares, dio della guerra), maneggiando però da maestro la lira, strumento della nuova poesia, dono delle Muse. È uno dei primi poeti al mondo a far irrompere nel verso la parola «io», in autoritratti di folgorante nitore, e il primo a descrivere l'amore come tormento, ma anche in versi venati di violento erotismo. Oltre che un precursore, fu un gigante della creatività.