Viaggio andata e ritorno nell’anima degli Anni Zero

Iniziamo dalla fine, o quasi. Sono sveglio? Voglio essere sveglio? È possibile che questa sia la realtà? Sono le domande che emergono nel nuovo romanzo di Andrea Indini, <em>La notte dell'anima</em>

Iniziamo dalla fine, o quasi. Sono sveglio? Voglio essere sveglio? E chi sono? Questa rabbia autodistruttiva è il mio vero io? È possibile che questa sia la realtà? Ma, soprattutto, se non lo fosse io voglio svegliarmi e ricominciare da capo? Queste sono le domande, implicite o esplicite, che nel nuovo romanzo di Andrea Indini, La notte dell’anima (Leone Editore, pagg. 316, euro 16), irrompono prepotenti nell’esistenza di Luca, un giovane avvocato milanese. Sì perché Luca, una vita di banali successi e di banali infelicità, a un certo punto ha perso il filo di tutta questa normalità. Dove, proprio non lo sa... C’è una moglie, Giulia, ci sono gli aperitivi, croce e delizia della middle class meneghina, ci sono i tatuaggi per continuare a sentirsi giovane. Ma poi c’è il caos, la rabbia che esplode a colpi di mazza da baseball, la cotta per una strana ragazzina, le serate folli in discoteca, la fuga verso Londra e poi Lisbona. E una strana solitudine, uno strano senso di irrealtà. A esempio, davvero Luca ha buttato per le scale un gigantesco orso Winnie The Pooh per una crisi di gelosia? Perché gli mancano continuamente frammenti di memoria, o i posti si sovrappongono? Davvero sta lasciando sua moglie per perdersi nel mondo?

No, forse davvero niente di tutto questo è reale ma Luca non è così sicuro di volerci rinunciare, per tornare in una Milano di vetro, cemento e responsabilità. È su questa falsariga onirica che si dipana tutto il secondo lavoro narrativo di Indini (il primo, per i tipi dello stesso editore è UnHappy Hour), come in una straniante miscela tra Vanilla Sky e Gli indifferenti (però rivisitati in salsa Anni Zero) di Moravia. E l’esito, soprattutto per chi conosce una certa Milano o è compartecipe delle idiosincrasie dell’attuale generazione di trenta-quarantenni, è davvero divertente. Racconta bene l’inadultitudine permanente che affligge molti figli del «mondo liquido», senza assumere mai l’aspetto del pippone che così tanto piace a molti scrittori in stile TQ. E al di là della trama anche l’ordito pieno di rimandi pop non delude. L’unica vera fatica è andare oltre la copertina del libro. Un editore che scommette, con coraggio lodevole, su autori giovani dovrebbe anche dargli “una confezione” accettabile.