Vita e morte, ecco la versione di Barnes

R acconta di aver avuto paura della morte almeno una volta al giorno per tutta la sua vita. Da quando aveva tredici anni. Quando Angela Carter recensì il suo primo romanzo, Metroland, Parigi-Londra e ritorno di un giovane studente, lodò proprio la maniera stranamente matura di descrivere la morte di quell'esordiente 34enne. Oggi, nel prologo a Hitch 22 (Einaudi), le memorie uscite postume in Italia di Christopher Hitchens, il giornalista inglese lo loda «per l'equilibrio tra Lucrezio e Philip Larkin» riguardo alla paura della fine. E tre anni fa, in quella che si è subito affrettato a negare fosse la sua autobiografia - Nothing to be frightened of (Niente di cui aver paura)-, Julian Barnes, uno dei più amati autori inglesi contemporanei, aveva anticipato i temi del suo ultimo romanzo, Il senso di una fine, appena uscito per Einaudi (pagg. 160, euro 17,50, traduzione di Susanna Basso), il testo che riassume e definisce i nodi centrali del suo percorso narrativo: il vero amore, lo scorrere del tempo, gli inganni della memoria, la vecchiaia, la fine. Il romanzo è «un pugno nello stomaco» in cui, attraverso la voce narrante di Tony Webster, un uomo di mezza età che ha avuto una carriera brillante, il misterioso suicidio di un amico, un matrimonio soddisfacente e un divorzio amichevole, scopriamo che, nel momento in cui decidiamo di raccontare la nostra vita a noi stessi, non siamo credibili. E, insolubile disagio, non riusciamo a capire perché.
Celebratissimo in patria, vincitore nel 2011 del Man Booker Prize proprio per Il senso di una fine, più volte in lista per il Booker Prize, idolatrato in Francia, dove ha fatto incetta del Premio Medicis e del Femina, nel citato memoir del 2008, Barnes narra del suo passato senza ritegno, ma non è proprio portato a parlare di sé: è un vero spauracchio per i media, concede rarissime interviste e, quando lo fa, è raro non trovarlo irritato o irritabile o disanimato da impenetrabile distacco. Indubbiamente la sua «timidezza» deriva anche dal fatto di sentirsi considerato uno snob, anzi, un «glaciale intellettuale francofilo». Un elitario della miglior specie, che insieme a Christopher Hitchens e Martin Amis ha costituito, lavorando alla testata New Statesman dalla fine degli anni Settanta, una triade generazionale impareggiabile dell'intellighenzia britannica, impastata di grande amicizia e lievi torti, come quello provocato dalla rapacità dello «sciacallo-lucertola-mostro-predatore» Andrew Wylie, l'agente che ottenne per Amis 750mila dollari di anticipo, grazie ai quali l'autore de L'informazione mollò di botto Pat Cavanagh dopo che l'adorata moglie del suo carissimo amico Barnes (scomparsa all'improvviso nel 2008 per un tumore al cervello) era stata la sua agente per vent'anni.
Eppure per tutta la vita Barnes si è dovuto misurare con un alterego ben più elitario e caustico di lui, studioso di filosofia antica, stabilitosi in Francia, già docente ad Oxford e alla Sorbona, con cui confrontava sin da bambino le idee su Dio («Non credo in Dio, ma mi manca», così Barnes ha definito il proprio ateismo) e, di nuovo, la fine. Suo fratello maggiore Jonathan. Quando erano piccoli e mamma era malata, il pratico, freddo Jonathan le portava tazze di tè. Mentre l'autore di Una storia del mondo in 10 capitoli e mezzo, Amore, ecc. e England England (tutti pubblicati da Einaudi) si rannicchiava nel letto accanto a lei. Mamma Barnes, insegnante di francese come il marito, ebbe parecchio a lamentarsi del suo piccolo Julian anche dopo che ebbe passato quei dieci anni in cui lo accusava di avere «troppa immaginazione». Quando esordì con Metroland (che descrive Northwood, nel Middlesex, la cittadina in cui trascorse l'adolescenza), mamma fece l'errore di leggerlo e si lamentò aspramente del «bombardamento di oscenità» cui quelle pagine l'avevano sottoposta.
Sarà per questo, forse, che per i romanzi più arditi, i thriller pubblicati per anni come Dan Kavanagh, Barnes si firmava con il cognome della moglie. E sarà per questo che ancora oggi, invece che parlare della sua vita privata, preferisce scrivere della sua bilbiofilia, come ha fatto qualche giorno fa nella deliziosa chicca celebrativa A Life with Books (£1.99) un pamphlet appena pubblicato da Jonathan Cape il cui ricavato andrà a Freedom from Torture, l'unica causa per cui si sia arrischiato a esporsi in una serie di eventi pubblici. «Perché dobbiamo sempre andare a caccia dell'autore?» scriveva nel 1984 ne Il pappagallo di Flaubert, il romanzo, in Italia pubblicato da Bompiani, che rese l'allora critico letterario una star della narrativa europea. «Perché non possiamo vivere bene da soli? Perché i libri non sono abbastanza?».