Il volto buono del populismo

«Come commuovere un popolo disincantato come il nostro, senza farlo tremare per pericoli immaginari?», scriveva Tocqueville nell’Antico regime e la Rivoluzione. Tuttora la classe politico-mediatica escogita pericoli immaginari, populismo incluso; così distrae dai pericoli veri e dalle sue miserie.
Populismo: parola un tempo insolita che s’è imposta nel discorso pubblico come insulto politico, camuffato da frutto di analisi. Oggi il populismo è uno stile o una postura. Come tale, si combina a ogni ideologia: nazional-populismo, populismo ultraliberale, populismo di sinistra, populismo operaista, ecc. Il populismo può essere democratico o reazionario, solidarista o xenofobo. È un camaleonte, reso tanto più diabolico dal discorso mediatico e pseudoscientifico, perché il termine è applicabile a tutto, visto che non ha un reale contenuto. Di qui l’«eccessivo uso polemico», come lo definisce Pierre-André Taguieff, che scoraggia tipologie e definizioni.
Come stile, il populismo è soprattutto tipico dei partiti prendi-tutto, che moltiplicano le promesse in una prospettiva essenzialmente demagogica. Tribuni dal sorriso stampato, i loro capi sfruttano sconforti e rancori, capitalizzano paure, miserie e angosce sociali, designando spesso capri espiatori, senza mai - beninteso - discutere la logica del capitale. La loro postura più corrente consiste nel chiamare a battersi contro il sistema. L’«appello al popolo» è evidentemente equivoco, perché le idee di «popolo» sono tante. Anche il populismo ha una parte d’ingenuità nel limitarsi a incensare le «virtù innate» del popolo, «spontanea» sicurezza di giudizio che vanificherebbe ogni mediazione. I populisti fanno politica controvoglia, si dice. Rischiano di cadere nell’atteggiamento puramente impolitico e in un qualunquismo brontolone.
Criticabile quanto si vuole, il populismo è un sintomo. Reazione «dal basso» contro un «alto» dove esperienza del potere e godimento dei privilegi si confondono, esso rappresenta anzitutto il no alla democrazia rappresentativa che non rappresenta più nessuno. Protesta contro l’edificio tarlato d’istituzioni sovrastanti, separate dal Paese reale. Rivela disfunzioni d’un sistema politico che delude le attese dei cittadini e non sa mantenere il legame sociale, testimone d’un disagio crescente nella vita pubblica, d’un disprezzo crescente per la Nuova Classe. Rivela anche la crisi della democrazia, per Gérard Mendel «tendenza di fondo, somma di desacralizzazione dell’autorità, sfiducia nelle ideologie globaliste, convergenza gestionale dei grandi partiti, sentimento diffuso della prevalenza delle forze economiche». Il populismo sorge quando i cittadini scansano le urne, perché non se ne aspettano niente.
In tali condizioni la denuncia del «populismo» mira fin troppo a disarmare la protesta sociale, in seno a una destra attenta specie agli interessi e a una sinistra massicciamente conservatrice e isolata dal popolo. La denuncia permette alla Nuova Classe, venale e corrotta, ansiosa - dice Annie Collovald - di «delegittimare chi nel popolo vede la causa da difendere e di favorire chi nel popolo vede il problema da risolvere», di sdegnare il popolo. Ricorrervi è denunciato come una patologia politica, quasi come una minaccia per la democrazia. Dimenticando che in democrazia il popolo è l’unico depositario della sovranità. Specie quando essa è confiscata.
Ridotto a semplice postura, populismo diviene sinonimo di demagogia, cioè di mistificazione. Ma ci può essere anche populismo come forma politica a parte intera, come sistema organizzato d’idee. Nel XIX secolo ha come avi luddisti e cartisti inglesi, agrari statunitensi e populisti russi, sindacalisti rivoluzionari ed esponenti del socialismo francese di tipo associativo e mutualista, oltre ai grandi teorici: da Henry George a Bakunin, da Cernicevskij a Pierre Leroux, Benoît Malon, Sorel e Proudhon.
Come forma politica, il populismo s’esprime nell’impegno verso le comunità locali, più che verso la «grande società»; non è solidale né con lo Stato, né con il Mercato, rifiuta statalismo e individualismo liberale. Aspira alla libertà come all’eguaglianza, ma è fondamentalmente anticapitalista, infatti sa che il regno della merce liquida ogni forma di vita comune alla quale sia legato. Proponendosi una politica secondo le aspirazioni popolari, fondata su una morale altrettanto popolare, disprezzata dalla Nuova Classe, ambisce a nuovi luoghi d’espressione collettiva sulla base d’una politica di prossimità. Postula che la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica conti più che il gioco delle istituzioni. Infine dà importanza determinante al concetto di sussidiarietà, perciò s’oppone esplicitamente alle élite politico-mediatiche, dirigenziali e burocratiche.
Anti-élitista, il vero populismo è dunque incompatibile con tutti i sistemi autoritari ai quali è fin troppo assimilato. È anche incompatibile coi discorsi roboanti di autoproclamati capi, che pretendono di parlare a nome del popolo. Infatti, appena l’impulso viene dall’alto, da un tribuno demagogo facente leva sulla protesta sociale o sullo scontento popolare, ma senza far esprimere il popolo, si esce dal populismo vero e proprio.
Reso alla sua prospettiva, il populismo ha un futuro tanto più lungo quanto è più corto quello della politica istituzionale. Già ora è il solo a poter sintetizzare l’asse giustizia sociale-sicurezza, che sta soppiantando l’asse sinistra-destra e i classici conflitti sociali. E offre un’alternativa all’egemonia neoliberale, fondata sulla sola politica rappresentativa. Rinvigorendo la politica locale grazie a una concezione responsabile della politica partecipativa, può avere un ruolo liberatorio. Così ritroverebbe il ruolo originario: servire la causa del popolo.
(traduzione

di Maurizio Cabona)