Vuoi vivere? Diventa dea della guerra

di Alan D. Altieri
Acciaio. Ascesa, cuspide, stop, discesa. Acciaio Inox. Quindici blocchi, dieci libbre ogni blocco. Contrai, estendi, raccogli. Centocinquanta libbre a spinta verticale diretta. Ripeti: ascesa, cuspide, stop, discesa. Negl’inferi?
Odin Mark-XIII. Portale di metallo nero, cavi d’acciaio diametro un quarto di pollice, pulegge autolubrificanti diametro quattro pollici. Macchina perfetta per la costruzione del corpo perfetto. Del delirio?
Contrai, estendi, raccogli. L’acciaio salì nelle ombre. Pettorali e bicipiti, addominali e dorsali. Nessuna sbavatura, in quei movimenti, completa fluidità. Degl’incubi?
Ripeti: ascesa, cuspide, stop, discesa. Odin MK-XIII: un’intera sala pesi compressa in un singolo spazio umano. Polizia di Los Angeles!
Ripeti: ascesa, cuspide, stop, discesa. Articolazioni e tendini, nervi e vene. Contrai, estendi, raccogli. L’acciaio calò nelle tenebre. Nessuno scricchiolare, nel Mark-XIII, solamente sibilare. Da un groviglio di serpenti?
Ripeti: ascesa, cuspide, stop. Pugni contratti attorno alla sbarra di sollevamento. SSSTTTOOOPPP! L'acciaio inchiodò alla cuspide. Scenda dalla moto, signore.
Sudore come acido. Tenga le mani dove possiamo vederle. Tendini tremanti in estensione estrema. Scenda dalla moto! ORA! Si strappò dalla sbarra di sollevamento. Frank! Arma da fuoco!... L’acciaio venne giù come una mannaia. Lasciami andare... Si contorse lontano dalla panca. L’acciaio pestò. ... Comprendi, Susan, ti prego... Rotolò sul pavimento di legno. ... è il mio tempo... Giacque sulla schiena. Frank! No... NO! Si passò le dita sugli occhi. ... E adesso... Trovò quello doveva trovare. ... Adesso... Lacrime. ... dormiamo.
Tornò a ergersi. Vento premeva contro la finestra sud. Vento caldo del deserto. Si accostò ai vetri opachi di silice. Nel giardino morente, erbacce sterili si torcevano. Sull’asfalto pieno di crepe, foglie morte scricchiolavano. Scrutò nella tenebra. Anche le Hills sono un deserto. Case abbandonate, strade disgregate. Qualcuno, pochi, ostinati, desperados, era rimasto. Sfidando elettricità razionata, supermarket erratici, autobus ridotti. Respirò il vento nero. Oltre le Hills, anche la città era nera. Welcome to Los(t) Angel(e)s. Nessuna luce a Downtown, torri-simulacro. Collasso, lo chiamano. Mai ripristinata l’illuminazione su Western e Alameda, Vermont e Alvarado, viali perduti. Collasso metropolitano. Buio sul Basin, dilatazione svuotata. Now you can just... DIE!
Voltò le spalle. Tante ombre, là dentro. Troppe contro l’alogena Ikea sul pavimento. Sulla scaffalatura a tutta parete, le cifre rosse dell’orologio digitale. 3.14 AM. Tempo degli spettri. Attraversò le ombre, profonde e distorte. Vento fluì su muscoli tremanti. Raggiunse la Mark-XIII. Sbarra adagiata contro la panca, punto d’impatto alla gola, colpo di annientamento. Esalò a fondo. Fece scivolare le mani guantate sotto la sbarra. Guanti da sala pesi, cuoio a mezze dita, palmi imbottiti. Stava ancora grondando sudore. Serrò la presa, contrasse i dorsali, richiamò i bicipiti. Il tank-top grigio era color cenere. Sollevò l’acciaio fino agli innesti di sicurezza. Clack! Arretrò fino alla scaffalatura.
Che altro, tra le ombre? CD e libri, DVD e cose, troppe cose?, incorniciate. USC, University Southern California, Laurea in Fisica Applicata. Foto di sorridenti giovani in toga. Muscle Beach, Venice, California, giovani culturisti in posa con un vecchio campione chiamato Arnold Schwarzenegger. Targa in bronzo, Ms. Olympia, Secondo Posto. Anche altri diplomi, foto, targhe, placche. Il memento uccide. Si costrinse a non distogliere lo sguardo. Los Angeles Police Department, attestato di graduazione. Frank. Foto di agenti in divisa presso black & whites. Memento. Si passò nuovamente una mano sugli occhi. Puntellò l’avambraccio contro il metallo. Appoggiò la fronte al pugno coperto di cuoio. Il memento uccide. Non riuscì a fermare altre lacrime. Si strappò alle immagini.
Andò fuori da un vuoto. Frank, tu... Dentro un altro vuoto. Tu davvero mi desideri? Stanza da letto: piattaforma bassa, legno massiccio, lenzuola attorcigliate. E tu davvero non comprendi? Altra alogena Ikea sul pavimento, altre ombre. Ho saputo di amarti l’istante stesso in cui ti ho vista.
Spinse la porta scorrevole dell’armadio. Uniformi nel cellophane. Due uniformi blu scuro, altre due grigio antracite. Sedette sui talloni. Stiamo violando, Frank. Vento faceva vibrare le veneziane abbassate. Stiamo... Frugò al fondo dell’armadio. Sbagliando. Trovò quello che cercava. Non siamo noi i primi a sbagliare, Susan. Glock. Certamente non saremo gli ultimi. Glock 19, semi-automatica da combattimento, calibro 9mm parabellum.
Tornò a ergersi, di nuovo. Tenne la Glock rivolta in basso. Richiuse la porta scorrevole. L’esterno della porta era uno specchio a tutta altezza. Halpern, Susan Lee Halpern, incontrò la propria immagine riflessa. Cinque piedi e undici pollici di muscoli a definizione pressoché assoluta. Polpacci, cosce, glutei, addominali, pettorali, bicipiti. Seni compatti tendevano la felpa grigia. Ogni singolo fascio alla perfezione di una scultura iper-reale. Tendini in rilievo serravano la mandibola squadrata.
Beep-beep. Cellulare. Da qualche parte sul letto devastato. Susan afferrò il carrello di armamento della Glock. Beep-beep. Susan arretrò il carrello, click, lo riportò in avanti, clack! Proiettile in camera di lancio. Hollow-point, Cor-Bon Black Talon. Beep-beep. Susan sollevò la Glock. Occhi verdi scintillanti sotto capelli biondo-cenere a taglio tattico. Portò la bocca da fuoco contro l’arco sottomandibolare, contatto diretto. Occhi verdi come lampi in una maschera di lacrime. Beep-beep. Susan strappò il cellulare dalle pieghe nelle lenzuola. Spostò l’indice sul grilletto della Glock. Rispondi. Verificò comunque il numero della chiamata. Non doveva accadere. Frank, vengo da te... Ma alla fine, accadde. No! Non è questo il tuo tempo!
Susan Lee Halpern premette il tasto di connessione. Non parlò. Ascoltò tra le ombre. «Tu e io sappiamo dov’è l’inferno».
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