Warburton, nessuna opinione è un crimine

«Disapprovo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». Questa frase, attribuita a Voltaire (ma che sembra mai pronunciò), si può porre quale incipit al problema complesso della libertà di parola, così come viene riassunto ora nell'istruttivo compendio di Nigel Warburton Libertà di parola (Raffaello Cortina Editore, pagg. 156, euro 13). In linea di principio per libertà di parola si deve intendere il più ampio diritto di parlare, scrivere ed esprimersi come meglio si crede. Problema complesso, essendo evidente che non si può dare una libertà assoluta di espressione. Come aveva a suo tempo osservato John Stuart Mill, si è liberi di fare qualunque cosa a patto di non danneggiare altri individui; il che quanto dire che la mia libertà finisce dove comincia la tua. Esempio banale: la libertà di stampa non significa poter scrivere sui muri di proprietà di altri, ma su volantini o spazi pubblicitari regolarmente pagati.
Inoltre non si può dimenticare che le parole possono trasformarsi in vere e proprie azioni, tanto da assumere significato concreto in relazione al tempo e al luogo in cui vengono proferite. È giusto lasciare libertà alla blasfemia, a chi istiga all'odio politico? Permettere la diffusione indiscriminata della pornografia? Rimanere passivi di fonte alle calunnie e alle diffamazioni? Accettare le negazioni più sfacciate della verità, come l'Olocausto o i Gulag? Ammettere l'apologia di reato?
Insomma, dove va tracciata la linea di confine della libertà in una società liberal-democratica? Certamente questa società deve garantire l'espressione del dissenso, anche in forme estreme, purché, però, vi sia sempre la pari condizione di replica - compresa l'azione penale - da parte di chi è stato ingiuriato. In tutti i casi, un sistema politico fondato sui princìpi fondamentali della civiltà liberale, non può proteggere fino in fondo i suoi membri. Secondo Warburton - che offre una guida concisa a tali problemi - se si deve trarre un bilancio complessivo dall'intera querelle si può concludere che i benefici della libertà sono maggiori dei costi della sua limitazione, dato che una opinione non è mai, di per se, un crimine: anche se falsa, alla lunga contribuisce indirettamente a far emergere la verità. E poi, se si vuole veramente la libertà, bisogna correre dei rischi.