Uno zibaldone di pensieri senza Benjamin

Servono almeno due o tre Virgili (un filosofo, un germanista, un critico letterario) per penetrare nella selva oscura, ma disseminata di illuminazioni, di Massimo Morasso: Il mondo senza Benjamin (Moretti & Vitali, pagg. 365, euro 22), con il suo indice di quasi cento capitoli, rischia infatti di sconcertare anche il lettore più sagace.

Il titolo del volume allude al filosofo Walter Benjamin, morto suicida nel 1940 a Portbou, al confine tra Francia e Spagna, disperando di riuscire a scappare, lui ebreo, dai nazisti. In comune con il filosofo dell' Angelus novus - l'angelo che in un celebre quadro di Klee tenta invano di porre un argine al rovinare della Storia - c'è la capacità di tenere insieme la cronaca e la riflessione filosofica, il pubblico e il «personale». Per esempio, il racconto che una sera Lory Del Santo, in televisione, fa della morte del figlio, montato su un davanzale e precipitato, offre il destro per una riflessione straordinaria che sarebbe piaciuta a Husserl e a Heidegger: un bambino che va verso il mondo prima che il mondo sia oggettivato, e muore per questo, rivela che in noi c'è qualcosa di più originario della conoscenza, del sapere. Bellissime anche le pagine sui nove modi di guardare una finestra: del carcerato, del pazzo, del bimbo, del malato, dell'animale domestico, di me stesso; e - per chi è fuori - dell'angelo, dell'animale selvatico, dell'innamorato.

È il lato «personale» la lente che concentra i temi di un volume apparentemente centrifugo. Il dialogo con i poeti più amati (Yates, Benn, Rilke) non meno della meditazione sulla malattia o l'impressionante identificazione, al limite dello spiritismo, con l'attrice Vivien Leigh: tutto viene subordinato a un progetto autobiografico condotto senza mezzi termini, per giunta dialogando con alcuni nichilistici alter ego («M», «il DS» cioè il rilkeano Dottor Serafico) i quali non vogliono che Morasso agisca, e dunque gli vietano, in pagine esilaranti, di recarsi all'ufficio postale per spedire le copie dei suoi saggi agli editori, e argomentano in modo così efficace da minare alla base ogni progetto letterario. Eppure, dando un dispiacere al DS, Il mondo senza Benjamin finisce per comporre ugualmente un avventuroso viaggio intorno alla mia camera, simile a quello di Xavier de Maistre, anche se qui si tratta di una camera eminentemente mentale. Nella quale, beninteso, riesce a entrare un bel po' di mondo; Benjamin compreso.