«Il cuore “portatile” va che è una cannonata»

Fiera, testimonial per il dispositivo impiantato al Niguarda. I dottori: «Si può tornare a vivere»

Marisa de Moliner

Milano vanta il primato del «cuore in mano». A Niguarda è stato impiantato il maggior numero di cuori artificiali. Turbine posizionate nel torace alimentate da batterie. Il record è confermano dai numeri: sono 300 gli italiani il cui cuore è tornato a battere grazie a quello artificiale, il cui nome tecnico è Dispositivo di assistenza ventricolare.
Al Centro cardiologico De Gasperis del Niguarda vantano una lunga esperienza in merito: ben 16 anni. Un’esperienza che ha portato il direttore Ettore Vitali a non utilizzare più il cuore artificiale solo in attesa di un cuore da trapiantare. «Oggi - spiega il professor Vitali - siamo arrivati a un tale livello che il Dispositivo di assistenza ventricolare lo impiantiamo anche come soluzione definitiva». Per chi è indicata questa soluzione definitiva? «A pazienti che altrimenti non sopravviverebbero - risponde il direttore del Centro De Gasperis -. E che così possono non essere costretti in un letto d’ospedale. Possono tornare a uscire di casa, salire e scendere le scale. Con questo dispositivo d’assistenza ventricolare riusciamo a far tornare a una vita normale pazienti che prima dell’operazione avevano una bassissima aspettativa di vita e che avrebbero altrimenti dovuto sopportare lunghe degenze. Un miglioramento di cui ha beneficiato O. M., il milanese che pochi giorni fa è intervenuto in qualità di testimonial nel nuovo polo fieristico di Rho Pero al 40° Congresso di cardiologia indetto dal Centro De Gasperis. «Quando si subisce un’operazione simile - dichiara - è lo spirito che fa la differenza. La macchinetta che lavora a fianco del mio ventricolo sinistro va che è una cannonata. Se prima mi bastava camminare per sentirmi poco bene, ora ho riacquistato forza e respiro».
Questo grazie a due turbine di titanio silenziose di 7-8 centimetri per 3-4, che impiantate nel petto accanto al ventricolo sinistro sono alimentate da due batterie, con un’autonomia complessiva di otto ore, grandi come una scatola di riso, da portare a tracolla o agganciate alla cintura. O. M. e gli altri 149 che hanno visto tornare a battere il cuore per mezzo del Dispositivo di Assistenza Ventricolare sono destinati ad essere seguiti da altri pazienti. Basti pensare che in Italia sono almeno 3mila le persone che ne avrebbero bisogno.