Cura dei tecnici a rischio bocciatura

di Chi pensava che lo stillicidio dei voti sempre più bassi affibbiati dalle agenzie di rating al nostro debito pubblico si fosse fermato è stato riportato alla realtà ieri da una, in verità poco edificante, intervista rilasciata da David Riley, responsabile dell’agenzia Fitch. Il signor Riley, evidentemente munito di tarocchi e palla di cristallo, ha detto che c’è una «significativa possibilità» di un taglio del giudizio di affidabilità sui titoli di Stato Italiani mentre «esclude» la possibilità che nel 2012 la Francia possa perdere il suo voto massimo, la famosa «tripla A». Dato che le cose in Europa cambiano dopo ogni vertice (e ce n’è ormai uno al mese) e che i titoli di Stato dei cugini d’oltralpe sembrano anch’essi colti da «mal di spread», come faccia Fitch a sapere sin da ora che l’anno prossimo sarà pessimo per l’Italia e roseo per la Francia non è dato sapere, a meno che non si voglia considerare che la proprietà dell’agenzia è casualmente francese. Le riflessioni ispirate da questo pur goffo «annuncio di declassamento», giustamente ignorato dai mercati, sono tuttavia più serie. Primo: la tortura della goccia messa in atto dalle agenzie di rating contro i debiti sovrani dell’area Euro sta cominciando a vedere il fondo. Se dai cambiamenti di giudizio (che quanto meno devono essere in qualche modo argomentati e corredati da numeri e spiegazioni) siamo passati agli annunci di futuri declassamenti, buttati lì senza uno straccio di analisi, è possibile che le armi di queste potentissime ed autoreferenziali agenzie siano ormai spuntate. In pratica siamo passati dai cannoneggiamenti della scorsa estate al fucile con il tappo.
Bene. Secondo: più passa il tempo e più appare chiaro che tutto il calvario dei declassamenti a catena, dove il via veniva dato da Moody’s, con relativo crollo dei prezzi, poi era la volta di Standard & Poors, con altri miliardi in fumo, poi si adeguava Fitch e infine il giro ricominciava con il debito di un altro Paese, aveva una componente soprattutto mediatica, perché non ha senso continuare ad abbassare i voti con le stesse motivazioni. Da quando la Germania fece passare l’idea fatale di imporre le perdite anche ai privati per il debito greco, tutti i titoli dell’Eurozona sono diventati meno sicuri, è vero, ma allora bastava abbassare in una sola volta di molti punti il giudizio sull’eurodebito e poi eventualmente rivederlo qualora le cose fossero cambiate. Lo stillicidio invece ha garantito alle agenzie una bella visibilità costante sui media mondiali. Complimenti per loro, molto meno bene per il conto pauroso che le dosi di panico, somministrate con ottimo tempismo, hanno inflitto ai mercati del debito e quindi, in ultima analisi, a noi. Pensare di abbassare ancora i rating, dopo che la mossa della Bce di erogare prestiti pluriennali all’1% alle banche ha cambiato decisamente in meglio la situazione (almeno per il momento), non risponde in apparenza ad alcuna logica che non sia quella della ricerca dei riflettori, al limite della turbativa di mercato. Come per le sentenze comunque «aspetteremo di leggere le motivazioni». Infine una nota per i rapporti fra questi voti e i Professori del nostro governo, sicuramente più usi a giudicare che ad essere giudicati: ogni commento e ogni «voto» di chi analizza da vicino la situazione dei mercati è ormai concorde nell’individuare le cause paneuropee e sistemiche della crisi senza specificità per l’Italia. Non solo, quasi tutti si stanno, con colpevole ritardo, rendendo conto che la recessione è una minaccia alla stabilità del sistema molto più grave di qualsiasi «consolidamento fiscale», tant’è vero che perfino dalla Merkel sono arrivati commenti relativi alla necessità di sostenere la crescita. La domanda quindi che ritorna è: perché abbiamo fatto questa inutile e dannosa autoflagellazione fiscale? Tanti sforzi per poi sentirsi dire da tutti che la strada è un’altra? Forse il voto basso lo meriteremmo per questo.
Twitter: @borghi_claudio