Le curano i capelli, costretta al trapianto di fegato

Il gup chiede al pm di derubricare il reato da doloso a colposo

Enrico Lagattolla

Una cura sperimentale senza esplicito consenso del paziente. Una forma di alopecia androgenetica trattata con un farmaco generalmente utilizzato nelle terapie contro il carcinoma della prostata, e che è costata un’epatite fulminante a una giovane paziente milanese, costretta a un trapianto di fegato. Per questo, il pubblico ministero Roberta Brera ha chiesto il rinvio a giudizio di un medico con l’accusa di lesioni dolose. Ieri, tuttavia, il giudice per le udienze preliminari Bruno Giordano ha rinviato gli atti al pm perché proceda per il reato di lesioni colpose.
Vittima della cura, una studentessa universitaria che già dal 2001 assumeva estrogeni per contrastare la caduta di capelli. Una terapia poco efficace, però. Tanto, che il 10 febbraio 2003 il medico, una specialista in endocrinologia, le prescrive l’assunzione dell’«Eulexin», un farmaco androgeno a base di flutamide normalmente usato per curare il carcinoma alla prostata. Farmaco - secondo l’accusa - che avrebbe causato alla ragazza un’epatite fulminante, di cui cominciano ad accorgersi i medici dell’ospedale San Raffaele, dove - a partire dai primi di luglio - la studentessa viene ricoverata.
Ma è dal centro antiveleni del Niguarda che arriva la conferma definitiva: «epatite da farmaco, insufficienza epatica, encefalopatia epatica», scrivono nel referto medico. La diagnosi è di «necrosi epatica massiva». Il 23 luglio, la giovane viene sottoposta a trapianto di fegato urgente. E a causarla, secondo la Procura, sarebbe stato proprio l’«Eulexin», prescritto dalla specialista senza che la paziente venisse informata dei rischi connessi agli effetti collaterali del farmaco. E la richiesta di rinvio a giudizio del medico verte proprio sulla mancanza di consenso informato da parte della paziente, nel momento in cui questa ha ricevuto e seguito la prescrizione medica. Secondo la testimonianza della donna, infatti, al momento in cui il farmaco le era stato prescritto, il medico non solo non l’avrebbe informata sugli effetti collaterali, ma l’avrebbe addirittura rassicurata e invitata a non preoccuparsi di quanto esposto nel foglio illustrativo del medicinale.
Ma, in letteratura medica, all’«Eulexin» vengono associate gravi complicanze epatiche con conseguente necessità di trapianto epatico. E secondo il gup, «si tratta di effetti dovuti all’uso sperimentale del farmaco per il trattamento di disturbi estetici», per i quali «non si può correre ragionevolmente il rischio di compromissione del fegato».
Il farmaco, quindi, sarebbe stato prescritto al di fuori delle indicazioni del prontuario farmaceutico, e senza il consenso del paziente. Mentre in base al decreto sul «multitrattamento Di Bella», che regola l’applicazione sperimentale dei farmaci, ogni prescrizione può essere esercitata dal medico sotto la sua diretta responsabilità e solo dopo aver informato il paziente, che deve fornire esplicito consenso, solo se il medico ritiene che non possano essere usati altri farmaci già approvati per quella indicazione terapeutica, e se tale impiego è conforme ai lavori apparsi su pubblicazioni scientifiche.
Nel caso della studentessa, invece, l’assenza del consenso all’uso sperimentale dell'Eulexin «confina il comportamento del medico nel campo dell’illecito - sostiene il gup -, ma non è automaticamente indice di dolo relativamente alle eventuali conseguenze lesive». Di conseguenza, Giordano ha disposto che la competenza per un’eventuale imputazione per lesioni colpose sia del giudice monocratico e ha disposto la restituzione degli atti al pm perché proceda alla citazione diretta dell’imputata.