Curare gli animali non è un lusso: tagliate l’Iva

di Oscar Grazioli

Questo è un accorato appello che rivolgo, a nome di milioni di persone, a governo e opposizione che si apprestano a definire gli ambiti della manovra economica, resa necessaria dalla congiuntura mondiale. Premetto di economia ne capisco tanto quanto di fisica quantistica.
Non ho idea se sia meglio una patrimoniale sui Paperon de’ Paperoni o un Irpef più elevata sui ceti alti. A buon senso concordo con il direttore Sallusti sul fatto che tassare i patrimoni «scudati» sarebbe un tradimento da parte di uno Stato sempre meno affidabile, così come concordo con Vittorio Feltri che l’aumento dell’età pensionabile per uomini e donne (e non solo nel privato) prima o poi sarà un passo obbligato. E allora meglio prima. Non sono però idee da esperto in economia, ma considerazioni che chiunque fa al bar, davanti a una granita, in queste giornate bollenti.
Su una cosa non transigo e, senza averglielo chiesto, sono certo di essere appoggiato dai proprietari di animali domestici, dalle associazioni animaliste e dalla quasi totalità dei medici veterinari, il che, considerando soltanto il numero di cani e gatti presenti nelle case italiane, vuol dire milioni di persone. Faccio mia dunque la richiesta dell’Associazione Veterinari Titolari di Struttura Privata (AssoVet) che m’invita a rivolgere dalle colonne del giornale con il quale collaboro un accorato appello a ritoccare l’Iva che grava sulle prestazioni sanitarie veterinarie, diminuendone l’attuale aliquota che è del 20%. Si parla insistentemente infatti di ritocchi in su delle aliquote Iva, quanto meno per i beni di lusso. Voci autorevoli disegnano già un accordo su un aumento di tre punti percentuali, per quanto riguarda aragoste, champagne, diamanti, fuoribordo e quadri d’autore. Per quel che mi riguarda può aumentare anche al 30%, visto che non mangio aragoste, bevo lambrusco, non compro gioielli e so a malapena remare, come la maggior parte della gente «normale». Sarebbe invece intollerabile perpetrare l’errore commesso nel 1991, quando improvvisamente le prestazioni veterinarie sugli animali d’affezione, allora esenti da Iva, vennero gravate del 19% secco, poi divenuto il 20%, alla stregua dei beni di lusso. Sono vent’anni che lottiamo per far abolire quest’abominio. Infermieri, ostetriche, fisioterapisti e ovviamente medici e dentisti sono tutti esenti da Iva e sapete perché? Perché mettono le mani sulle persone. Già, noi le mettiamo su cani e gatti, che notoriamente sono «beni di lusso», e, oltre a curare i loro malanni, facciamo da filtro per la salute umana, controllando le malattie trasmissibili dagli animali all’uomo, dalla letale rabbia ai banali funghi cutanei, dalla pericolosa leptospirosi all’emergente leishmaniosi.
So, per vie traverse ma ben informate, che gli unici animali interessanti per il ministro Tremonti sono quelli che si possono mettere sulla griglia, ma so che tra governo e opposizione, in modo trasversale, c’è un enorme partito «amico degli animali». Contiamo su di voi, non solo perché l’Iva su queste prestazioni sanitarie non aumenti, ma perché diminuisca o venga addirittura abolita.
Spendere soldi in campagne contro l’abbandono degli animali e far pagare, sulle visite veterinarie, la stessa Iva che grava sul Dom Pérignon è scandaloso e schizofrenico, se si considera che segatura, aceto e bulbi di tulipano godono di un’Iva agevolata al 10%, mentre rosmarino, cracker e pesche sciroppate godono del 4%. Se Fido o Silvestro si ammalano varranno quanto un pacchetto di cracker?