Curata tardi l’artrite reumatoide

Solo il 7,4% dei pazienti ha accesso alle terapie più efficaci ed innovative, quelle biologiche di ultima generazione

Dubbi e lungaggini nella diagnosi, difficoltà di accesso ai centri specializzati, cure inadatte e un profondo disagio psicologico legato al decorso, non di rado incerto, della malattia. È uno scenario a tinte fosche quello che viene fuori dal «Primo rapporto sociale sull'artrite reumatoide», uno studio di alto profilo scientifico nato dalla collaborazione tra l’associazione nazionale malati reumatici e la società italiana di reumatologia, con il sostegno di Roche, condotto dal Censis, su un campione di 646 pazienti sparsi su tutto il territorio nazionale. Dove, ed è il primo campanello d'allarme, si finisce per viaggiare a diverse velocità: nel Nord Est e nel Sud Italia, infatti, questa patologia cronica che colpisce le piccole e le grandi articolazioni viene curata in modo meno efficace, spesso con semplici farmaci sintomatici e cortisonici. Nel Nord Ovest, invece, si ricorre con più frequenza alle terapie di fondo, quelle cioè che sono effettivamente in grado di arrestarne il peggioramento. Mentre le soluzioni biologiche di ultima generazione, in generale, vengono prescritte ad appena il 7,4 per cento dei pazienti.
«Non bisogna limitarsi al controllo del dolore - ammonisce Carlomaurizio Montecucco, presidente della Società italiana di reumatologia - ma impegnarsi a prevenire i disastri funzionali che la patologia può creare». E Antonella Celano, presidente dell'Anmar, rimarca: «È scandaloso che le possibilità di essere assistiti come si deve varino così tanto di regione in regione». L'origine del problema è essenzialmente strutturale: solo il 17,3 per cento dei pazienti dichiara di frequentare i centri reumatologici ospedalieri e universitari. Chi non lo fa, per scelta o difficoltà oggettive, indica come principali cause la lontananza da casa (31,4 per cento), il fatto che il servizio non sia presente nella zona in cui vive (17 per cento) o le liste d'attesa troppo lunghe (12,7 per cento). Un fattore, quest'ultimo, che dà del filo da torcere anche a chi a quelle strutture ha accesso, visto che di media per una visita bisogna aspettare 55 giorni. Naturale corollario di questo percorso a ostacoli è che i tempi per una diagnosi precisa si dilatano a dismisura: da 11 mesi si raggiungono i 24 mesi se la prima diagnosi è effettuata da uno specialista non reumatologo. In parecchi casi i sintomi sono stati confusi con malattie quali artrosi e dolori reumatici generici, altre volte sono interpretati come segni di invecchiamento.