Cure precoci per epatite e Aids

Puoti: «La terapia con peginterferone e ribavirina in 40 casi su cento evita la morte per carcinoma epatico»

Ignazio Mormino

L’epatite C è una malattia virale che attacca il fegato e può portare alla morte. In Italia colpisce il 2 per cento della popolazione, nel mondo colpisce 800 milioni di persone. Bisogna diagnosticarla e curarla subito. Se trascurata provoca prima cirrosi e poi carcinoma epatico. Purtroppo non esiste un vaccino contro l’epatite C (lo si studia da anni in varie strutture universitarie, in particolare a Torino e a Siena).
Dieci anni fa sono iniziate le ricerche su una pericolosa associazione fra epatite C e Aids. Si è partiti dalla considerazione che molti portatori del virus Hiv si ammalavano facilmente di epatite C e morivano per le conseguenze (tumorali) di quest’ultima malattia. Questa «associazione» attualmente riguarda sessantamila pazienti italiani: esattamente la metà dei soggetti sieropositivi.
Questa coinfezione peggiora notevolmente la qualità della vita dei malati: oltre a una notevole stanchezza essi presentano qualche disturbo cognitivo. Il quadro clinico può essere aggravato dall’uso di alcol e da altre malattie. Si tratta di malati che devono essere seguiti con grande attenzione e curati scrupolosamente.
Sul piano terapeutico sono stati fatti notevoli progressi: si è passati dal trattamento con solo interferone (5 per cento di guarigioni) all’associazione interferone-ribavirina (10 per cento di guarigioni) e infine all’attuale associazione peginterferone alfa-2b più ribavirina che nei pazienti con epatite C più Aids dà buoni risultati in oltre il 40 per cento dei casi. Per avere un panorama più ampio è stato messo in cantiere uno studio multicentrico internazionale, che partirà nel mese di aprile. Si chiamerà Endure.
Lo studio si propone di seguire 448 pazienti europei e americani, tutti sieropositivi e al tempo stesso portatori di epatite C (quest’associazione è una causa primaria di morte in molti Paesi del mondo: è provato che l’epatite C aggrava e spesso fa precipitare il decorso clinico dell’Aids).
Endure intende valutare efficacia e sicurezza di una terapia di mantenimento con peginterferone alfa-2b nei confronti della terapia standard. Durerà tre anni ma già alla fine dei primi dodici mesi sarà possibile osservare i risultati della sperimentazione, valutando i seguenti eventi: insufficienza epatica, carcinoma epatico, trapianto, morte. È frequente infatti che i malati di Aids muoiano più spesso quando contraggono l’epatite C. Questo trial è coordinato dall’università di Baltimora (Istituto di malattie infettive, diretto dal professor John Bartlett) e dall’università di Brescia (Istituto di malattie infettive, diretto dal professor Giampiero Carosi). Il professore Massimo Puoti, collaboratore di Carosi, impegnato nello studio Endure, giudica «fortemente innovativo» questo schema terapeutico ed è certo che «Endure contribuirà a curare meglio una patologia molto diffusa e sempre preoccupante».