La Curia boccia don Farinella: «È lecito dire Messa in latino»

La Curia arcivescovile genovese, con una nota apparsa sul proprio sito internet e pubblicata anche sul settimanale cattolico «Il Cittadino», prende posizione nella polemica sull’eventualità che il Papa estenda la possibilità di celebrare le Messe in latino, secondo il rito detto di San Pio V in vigore dal 1570 al 1962. E replica così, pur senza citarlo, a don Paolo Farinella che aveva lanciato un appello e promosso una raccolta di firme in difesa del Concilio Vaticano II. «Poiché recentemente nell'Arcidiocesi sono circolati commenti anche fuorvianti» sull' eventuale Motu Proprio del Pontefice, la Curia precisa che «il Papa, in forza della sua suprema autorità, ha la facoltà di porre in essere atti giuridici e pastorali universalmente validi e vincolanti». E quindi, mentre don Farinella sostiene che «nemmeno il Papa può abolire, modificare o rinnegare» la riforma del Concilio Vaticano II, la Curia puntualizza che «il Concilio Vaticano II non ha abolito o chiesto di abolire la Messa di San Pio V; piuttosto ne ha chiesto la riforma dell'ordinamento».
L'ampliamento della deroga papale sulla Messa in latino «non equivale - precisa la Curia - in alcun modo a sconfessare il Concilio, né il Magistero dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI». Ricordato che fu proprio Paolo VI, promulgatore del nuovo Messale, a concedere personalmente all’allora padre (oggi San) Pio da Pietrelcina di continuare a celebrare la Messa in latino, la Curia di Genova sottolinea che «due espressioni valide della stessa fede cattolica - quella di San Pio V e quella di Paolo VI - non possono essere presentate come “esprimenti visioni opposte“ e quindi tra loro inconciliabili». Infine si puntualizza che «in ambito liturgico, le decisioni e l'operato dei Papi - segnatamente Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - e dei Concili Tridentino e Vaticano II non possono essere presentati in modo conflittuale e, tanto meno, alternativo fra loro».