La curva fischia la solidarietà del Milan

Franco Ordine

da Milano

Per una volta, hanno scelto di non far finta di niente. Hanno scelto di fare il Milan, fino in fondo: è il primo sciopero anti-violenza partorito dalla tribù del calcio italiano. Sciopero inatteso e organizzato al volo, con la grazia e la suggestione di una domenica dedicata al voto. Nel breve viaggio da Carnago a San Siro, prima di travolgere il Chievo col 4 a 1 di ieri sera, Costacurta e Maldini, Gattuso e Pirlo sono stati raggiunti dalle prime, frammentarie notizie sull’assalto squadrista agli interisti di ritorno da Ascoli Piceno. «Dobbiamo fare qualcosa» è la conclusione del mini-vertice il cui esito viene notificato ad Adriano Galliani, pronto a valorizzare l’iniziativa dei suoi. Ha informato Campedelli, presidente del Chievo, subito disponibile, ha chiamato Bedi Moratti perché riferisse al fratello Massimo della scelta milanista, ha provato a coinvolgere Roma e Lecce, Parma e Reggina. La confessione del dirigente che è arrivato dinanzi alle telecamere di Sky per spiegare il ritardo di 10 minuti deciso per San Siro.
Dentro lo stadio, sotto un pioggerellina fastidiosa, quel gesto ha provocato un autentico boato di approvazione della maggioranza, appena spezzato dai fischi dei curvatoli, solidali coi loro dirimpettai nerazzurri al punto da preparare in tutta fretta uno striscione «nessuna solidarietà per uomini senza dignità» pubblicato sulla curva e scandito dal coro ricorrente, che è un marchio a fuoco per il popolo della Beneamata dal 5 maggio in avanti. Alla fine, i milanisti hanno messo la faccia dinanzi a microfoni e telecamere per spiegare il gesto. «Ho fatto solo da portavoce a un sentimento comune» informa Costacurta, il capitano. «Forse non servirà a molto, forse bisognerà parlarne a scuola, incidere sulla cultura dei ragazzi» è l’idea di uno, Clarence Seedorf, che lavora, a tempo pieno, anche nel sindacato di Campana, rimasto finora ai margini della vicenda, scavalcato a destra e sinistra, dalle singole iniziative. «Io posso capire gli insulti per la delusione di un risultato, ma le mani bisogna tenerle in tasca» la chiosa di Carlo Ancelotti prima della chiusura di Galliani.
«Nella filiera delle responsabilità bisogna anche citare i media, lo so che i giornali mi massacreranno ma sento il dovere di dirlo» la sua appuntita accusa. Che non bisogna lasciar cadere nel vuoto di una ingiustificata solidarietà di categoria.
Il resto appartiene alle forze dell’ordine e al tam-tam in vista del derby di venerdì santo. Si preannunciano altre proteste e altri blitz.