Curzi: io non voglio una Rai che parli soltanto prodiano

Il consigliere di viale Mazzini in quota Prc: "Il Tg1 filogovernativo? Tutti sanno che è sempre stato così"

Roma - Prova a intervistare Sandro Curzi sulla mancanza di pluralismo in Rai, e scopri che la vecchia volpe del giornalismo di viale Mazzini riesce sempre a spiazzarti. Anche perché, pur essendo un consigliere di amministrazione, Curzi continua a sentirsi un giornalista, e allora, invece di trincerarsi in difese d’ufficio ti riempie il taccuino di critiche. Poi, dopo che ti ha stregato, serra i ranghi e fa quadrato. È la «vecchia scuola»: giudicate voi stessi.

Direttore, è proprio sicuro che il grosso dell’informazione in Rai oggi sia soddisfacente?
«E chi lo dice? Vuole un esempio? Recentemente guardando i nostri Tg mi sono arrabbiato».

Addirittura?
«Be’, in occasione di un evento tragico, come la morte di Gabriele Sandri, ero così deluso che ho seguito tutta la vicenda solo su Sky».

Leggendo queste righe i direttori si arrabbieranno?
«Mi dispiace, ma è così. Il Tg di Carelli ha coperto tutto perfettamente, fino a dare la diretta della conferenza stampa del questore».

E voi, invece?
«Siamo stati troppo timorosi, troppo impacciati. Troppo prudenti: fino al paradosso che a sera, dopo ore, non c’era una versione chiara».

I dati dell’Osservatorio di Pavia e dell’Authority delle Telecomunicazioni dicono che nei Tg ci sono percentuali bulgare per il centrosinistra e la maggioranza.
«Mah, se devo esser altrettanto franco non mi pare».

Il Tg1 non le sembra iper governativo?
«Governativo. O abbastanza governativo. Ma chiunque conosca la Rai sa che il Tg1 è stato sempre governativo».

E quando ci sono picchi del 70% nello spazio concesso a uno schieramento...
«Io preferisco sempre leggere i dati dell’Osservatorio radicale. Li capisco meglio».

Peccato che l’Osservatore radicale stia chiudendo...
«E mi dispiace. Io non ho i dati di cui lei mi parla sotto mano, però so che l’Osservatorio di Pavia calcola i tempi con molta rigidità. Se uno parla male di Prodi con una sua foto, finisce che si accredita quel tempo a Prodi».

Le percentuali sono molto corpose, a prova di errore...
«Faccio un altro esempio: se si parla della lite Berlusconi Fini quel tempo “giova” alla Casa delle libertà? Non credo. Però i dati vanno in “quota” alla Cdl. Non dico che non siano veri: vanno “pesati”».

Lei difese Celentano, un anno fa, perché il suo monologo era di opposizione. Ora, con l’Unione al governo, è filo-prodiano e governativo.
«Ma lei non pretenderà che io censuri Celentano».

Che mi dica cosa ne pensa, però, quello sì...
«Sarò sincero: mi è piaciuto molto, il programma. È fatto con nulla, pieno di idee, costa poco ma ha la forza della diretta... Un artista in forma, ottima televisione».

Le chiedevo un giudizio sulla parte «politica».
«Ma la capacità straordinaria di Celentano è questa. Anche nella polemica sugli architetti non senti violenza, non trovi rissa... è così raro. Quanto al Cavaliere...».

Cosa?
«Nessuno ha colto che il passaggio di Celentano era un attestato di... opportunità politica».

Ma un problema di pluralismo c’è o no?
«Se lei avesse visto la puntata di Vespa con Cossiga, avrebbe sentito che l’ex presidente della Repubblica ce l’aveva a morte con l’attuale capo dello Stato. Mi pare che sia un forte esempio di pluralismo».

È un segno di libertà, ma il Colle non rientra negli equilibri della dialettica maggioranza-opposizione.
«Le faccio un altro esempio, allora: lei ha visto la fiction di Luca Barbareschi? Io l’ho trovata bellissima. Mi sono arrabbiato anche per la collocazione che ha avuto, non era abbastanza buona».

Di nuovo critico? Ora si arrabbierà un capostruttura...
«L’ho detto ai responsabili dei palinsesti, posso dirlo anche a lei. Ma sa una cosa?».

Su Barbareschi?
«Sì. Le sue idee non sono certo le mie, o quelle di Celentano. Ma io sono convinto che un uomo del suo spessore debba avere anche uno spazio di gran programma».

Veramente ce lo aveva, gliel’hanno tolto.
«Ben prima che arrivassi io. Ed è stato un errore».

Guardi che dopo quel che ha detto, Barbareschi la chiama oggi stesso...
«Lo so, ma io voglio proprio questo, capisce? Non una Rai in cui parli chi è prodiano quando governa Prodi, e viceversa. Ma in cui parlino tutti, con le idee più diverse. E sempre».